ITALIA KENYA
17-10-2025 di Freddie del Curatolo
C’è un’Italia che continua a partire, ma non lo fa più con la valigia di cartone.
Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes, che uscirà entro il mese, il 2024 ha segnato l’ennesimo aumento dei giovani italiani che fanno le valigie per tentare la sorte altrove. La maggior parte ha meno di 35 anni e non fugge soltanto dalla disoccupazione, ma da un sistema che – come un vecchio zio al pranzo di Natale – non li lascia parlare mai.
Sono ragazzi istruiti, spesso con una laurea in tasca o un piccolo gruzzolo messo da parte per avviare qualcosa di proprio. Il 54% dei nuovi espatriati, rivela il rapporto, ha competenze professionali solide e un’idea precisa di cosa valga la pena inseguire. Fuggono da tasse, burocrazia e meritocrazia che in Italia è diventata una parola d’arredo.
Ma non è solo una questione di reddito. È anche una migrazione dello spirito: chi parte cerca aria nuova, meno tossica, e un orizzonte meno affollato di stress e disillusione.
Tra i 1500 giovani che ogni anno scelgono l’Africa come nuova casa, molti indicano due destinazioni predilette: Kenya e Sudafrica. E il Kenya, con la sua vitalità caotica e le sue promesse sgangherate, attira come una sirena che canta in swahili. Ma cosa può davvero trovare un giovane italiano che decide di vivere e lavorare qui?
Il Kenya cresce, e con lui la fame di competenze. Gli italiani, si sa, nel mondo dell’enogastronomia restano un marchio di garanzia: chef, pasticceri, gelatai, sommelier, esperti di cocktail e di impasti hanno terreno fertile.
A Nairobi, tra i nuovi hotel a cinque stelle e i ristoranti che vogliono “fare tendenza”, il cuoco italiano è come il tartufo: raro, costoso, ma indispensabile. I giovani portano innovazione e leggerezza, e la capacità di insegnare ai colleghi locali, altrettanto desiderosi di imparare.
Sulla costa, tra Malindi e Diani, chi apre una gelateria o una panetteria trova spesso una clientela fedele e un ritorno economico decente. Certo, serve un capitale iniziale di almeno 100 mila dollari, o un investitore fiducioso. Altrimenti conviene farsi assumere: anche un buon sugo all'amatriciana, senza permesso di lavoro, rischia di andare in acido.
In un mondo che sforna oggetti in serie, il Kenya scopre ora il fascino dell’artigianato autentico. E l’Italia, in questo campo, è ancora maestra.
Sarti, designer, artisti, calzolai, creativi del riciclo trovano qui una nicchia da riempire. Vi sono molti esempi noti di professionisti, che hanno trasformato materie prime, spesso di riciclo, in accessori venduti ormai fino a Miami.
Il segreto? L’unione tra la materia africana e la rifinitura europea, tra il colore locale e la precisione che non si improvvisa. Qui la “fusion” non è un concetto di marketing, ma un modo per sopravvivere con stile.
Chi ha un’anima da volontario trova in Kenya terreno fertile.
Il Paese ospita centinaia di ONG, fondazioni e agenzie delle Nazioni Unite. C’è bisogno di mani e cervelli nei progetti per l’infanzia, la salute, l’ambiente, e soprattutto nell’auto-sostentamento: far crescere le persone, non solo nutrirle.
Chi ha esperienza o studi nel settore può trovare opportunità concrete, anche se più fatte di dedizione che di stipendi faraonici. Ma qui, ogni tanto, si riesce ancora a vedere il risultato di ciò che si fa.
Molti figli di imprenditori italiani, stanchi di liquidare aziende familiari o di combattere contro il sistema, hanno deciso di spostare il proprio “saper fare” in Kenya.
Il polo industriale di Nairobi ospita sempre più società europee, soprattutto nei settori agroalimentare e lattiero-caseario. Anche piccole e medie imprese trovano spazio, sfruttando una manodopera giovane e mercati in espansione.
Chi ha esperienza in edilizia, ingegneria o architettura può tentare la sorte: il mattone tira, ma richiede investimenti non da poco. E il sogno, qui, si costruisce ancora con il cemento e la pazienza.
Il turismo keniano è come un vecchio leone: a volte ruggisce, a volte dorme sotto l’albero. Ma resta vivo.
Il settore dei safari è in piena rinascita, e accanto alle guide tradizionali oggi lavorano anche istruttori di sport d’avventura – rafting, parapendio, arrampicata – che hanno trovato un nuovo pubblico.
Sulla costa, invece, chi sa investire (e promuoversi bene online) può trasformare un sogno in reddito: piccoli bed & breakfast, guesthouse o scuole di kitesurf condotte da giovani italiani resistenti all’afa e ai tassi bancari.
Non ci si arricchisce, ma si vive meglio. E non è poco, in un mondo dove molti lavorano per comprarsi l’aria condizionata che li farà ammalare.
Morale della favola?
Gli italiani continuano a partire. Ma oggi lo fanno con meno vergogna e più consapevolezza.
Non scappano dalla fame, ma da una forma più moderna di carestia: quella di futuro.
E il Kenya, con la sua caotica allegria e le sue opportunità sgangherate, con la piaga della corruzione da evitare come una malattia contagiosa, offre almeno la possibilità di provarci, in una metropoli moderna dove ormai non manca nulla, compreso il traffico demenziale, o chissà, davanti a un tramonto sull’oceano, dove l’unica burocrazia inevitabile è quella delle maree.
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