Editoriali

EDITORIALE

Coprifuoco sì o no, pro e contro per il Kenya

Si attende annuncio di Kenyatta sulle restrizioni

02-02-2021 di Freddie del Curatolo

E’ indubbio che in Kenya, pur con tutte le cautele del caso, il Covid-19 dall’inizio dell’anno non faccia questa gran paura. Si viaggia a percentuali tra il 2 e il 3% di positivi sui tamponi effettuati, i decessi quotidiano si contano sulle dita di una mano e lo svuotamento progressivo dei letti nelle unità di terapia intensiva del Paese è un dato di fatto assodato. Sono 25 le persone sotto ossigeno in questo momento, mentre ogni giorno continuano a morire decine di giovani e giovanissimi di malaria ed altrettanti di varie infezioni da acqua sporca.
Tutto questo accade in un quadro sociale che ha visto scomparire l’abitudine ad indossare correttamente le mascherine. Ciò viene fatto quasi esclusivamente sulle strade e nelle vie principali del Paese, allorché si possa incontrare un posto di blocco della polizia o transitare davanti ad agenti, ovvero incontrarli a piedi. Per il resto, nel Kenya rurale che rappresenta il 75% dell’intera Nazione, è difficile vedere qualcuno che la indossi, se non negli uffici pubblici e negli ospedali.
Soprattutto, quasi nessuno la indossa correttamente (naso fuori) e in molti hanno mascherine di tessuto che spesso vengono riutilizzate per giorni e giorni.
Di distanze sociali neanche a parlarne, quelle non vengono neanche più controllate.
A Mombasa, nei giorni scorsi, si assisteva al passaggio di un fuoristrada della polizia locale davanti al mercato di Kongowea gremito senza alcuna precauzione.
L’unica abitudine che è entrata leggermente nelle usanze dei keniani è il frequente lavaggio delle mani. Anche perché essendo obbligatorio per le attività di ogni tipo, dai ristorantini locali ai bazaar e supermercatini, per la popolazione acqua e soprattutto sapone sono gratis. Perché rinunciarvi?
In questo panorama da fine emergenza, da ingresso nella “zona incolore”, il Kenya ora affronta un grande dubbio o, se vogliamo, un paradosso: quello del coprifuoco.
Ha ancora senso bloccare un Paese la notte?
E per blocco si intende non solo il settore dei trasporti, ma anche quello del commercio che comprende ristorazione e soprattutto vendita di generi di conforto alcolici, oltre che l’industria del divertimento e, non ultima e in questo Paese molto fiorente, più di altri fenomeni sociali, l’industria del sesso.
Mentre si attende un nuovo discorso del Presidente Kenyatta alla Nazione, il Paese rimane incollato alla scadenza del 12 marzo, data che secondo l’ultimo annuncio di Kenyatta dovrebbe essere quella della fine delle restrizioni. Lo scorso ottobre per riaprire si era parlato di percentuali sotto il 5%, ora che siamo tra il 2 e il 3 per cento, la decisione dovrebbe essere ovvia: riapertura totale, via il coprifuoco dalle 22 alle 4 del mattino.
Invece nulla è scontato, non è detto che il Kenya tornerà a vivere “la vida loca”.
Perché il coprifuoco potrebbe non essere tolto?
Innanzitutto sono i dati in possesso delle istituzioni a suggerirlo: di notte si consumano la maggior parte dei crimini, di notte si verificano i maggiori incidenti stradali, di notte avvengono risse, crimini di ogni tipo. Un Kenya chiuso, specialmente nelle grandi città come Nairobi e Mombasa, significa anche più sicurezza sanitaria: meno gente che abusa di alcool e liquori locali artigianali nelle locande delle baraccopoli e dei sobborghi.
Ma questo non può essere l’unico motivo che, con la scusa della pandemia, può continuare a tenere sotto scacco notturno un Paese di 50 milioni di abitanti. Né si può mettere in ginocchio migliaia di discoteche, locali notturni, pub e ristoranti che sono soliti “fare il fatturato” a tarda sera.
Sarebbe meglio, come è stato già suggerito da alcuni parlamentari, riaprire con regole nuove, che non riguardino solamente l’emergenza Covid-19 ed i protocolli collegati, ma possano disciplinare un intero sistema che ha proliferato per anni nel nome del “tenere buona” la popolazione.
La protesta e la frustrazione montano sempre nelle ore tarde e spesso arrivano dalle fasce di età più giovani. Lo si vede anche in Italia con le risse di branco nelle piazze italiane e con i locali che infrangono le regole. Il Kenya è sempre stato permissivo e non ha mai fatto della multa e della punizione una regola, e grazie anche a questo “chiudere un occhio” la corruzione ha potuto proliferare anche ai livelli più bassi. C’è una legge, nessuno la rispetta, ma se ti becco io mi devi dare qualcosa. Se il Kenya resta uno dei Paesi più corrotti del mondo, nonostante la buona volontà del Presidente Kenyatta e di alcuni Ministri del suo Governo, ci sarà un motivo. E forse, appunto, più di uno. Viene da pensare quindi che se si dovesse riaprire, in men che non si dica, tornerebbe tutto come prima, se non peggio.
In ultimo, guardando al futuro prossimo, il Kenya sta già entrando in campagna elettorale. Questo può significare che da una parte c’è chi potrebbe fomentare ben altri focolai che quelli del Covid-19, dall’altra la repressione di forze di polizia e militari che spesso hanno agito con eccessiva violenza a proteste e sommosse, sarebbe facilmente utilizzata come arma politica contro l’attuale maggioranza. Difficile pensare che si possa protrarre il coprifuoco per un altro anno e mezzo, ma certamente riaprire il Paese di notte, al netto di più libertà e di una boccata d’aria per una fetta di economia locale, qualche problema lo porterà.

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