racconti

LO SPAZIO DI CHI SCRIVE DI MALINDI, WATAMU, DI KENYA E D'AFRICA...

...E A VOLTE ANCHE DI NOI ITALIANI



TELEFONIA ALL'AFRICANA
di Georg Von Eisen

Il mio telefono fisso era sotto discussione dal dicembre 2010.  La bolletta conteneva una straordinaria cifra da pagare, inoltre arrivava 11 giorni dopo la data di pagamento, quindi la linea era disconnessa. La mia visita all'ufficio Telkom  generava la seguente discussione:
- Perché mi avete tolto la linea?
- Per non pagamento della bolletta.
- Io vado alla posta tutti giorni, ieri non c'éra niente, la colpa è vostra, riattaccate il servizio.
-Paghi 200 Sh.
-Prima mi dia lo stampato delle telefonate del mese. Non son d'accordo con la vostra bolletta.
-Non è possibile.
-A Nairobi lo fanno.
-Qui siamo in provincia.
-Allora tenetevi la vostra linea io uso il cellulare.
  A casa noto che benché il telefono non possa  chiamare o ricevere, il segnale audio della linea c'è ancora. Compro una scratch card  da 200 sh e provo a fare una chiamata. Funziona! Preparo una E-mail, faccio il numero del computer. Il messaggio parte e n'arriva anche uno.Tutto bene. Si tengano la linea! Vado avanti con la posta elettronica "grattando" cartoline fino al 2011.
In aprile arriva una lettera dalla Telkom Kenya, che in breve dice: << Riconosciamo la disputa in corso e la invitiamo a presentarsi nel mio ufficio per discutere il suo caso. La Telcom è disposta a rinunciare tutte le voci d'addebito permanenti come il Vat, access fee, maintenance  charges, riconnection carges ecc.>>. Mi presento e ci mettiamo d'accordo all'incirca sul 50-50. Il contabile chiama la cassiera, alla quale consegno 6.500 Sh e l'ultima bolletta che mi è ritornata con la debita ricevuta. La linea è ripristinata.
 Arrivano le bollette di marzo e aprile.  Non è stato accreditato il mio pagamento di Sh 6.500. Archivio le bollette e continua ad usare il telefono.  Inevitabilmente, alla fine del mese mi chiudono la linea. Continuo a "grattare" cartoline, poi vado a trovare l'ex sindaco Joseph arap Scorbutt, che nel paese conosce tutti e tutto. C'incontriamo di domenica a Messa, e so che è il rappresentante locale (incognito) della "mafia" vaticana ossia "l'Opus Dei". Joseph mi accompagna al primo piano della Telcom  e mi presenta ad una  signora che prende le mie scartoffie e dice di aspettare un momento. Ritorna con uno stampato del computer, che fa vedere il mio debito di soli sh. 6.41.60, pagati i quali la linea è ripristinata.
Sull’ultima  bolletta non appare nessun segno dei pagamenti a contanti effettuati  e la linea salta di nuovo. Questa volta  sono deciso a non piú pagare.  Vado in ufficio a cercare la signora  Joyce che non c'é. Mi mandano da un’altro, che dopo aver consultato una lista fa una chiamata interna. Aspetto con pazienza, il telefono interno della Telkom  non funziona ! Vado ad un'altra scrivania.  Finalmente ritorna. Gli spiego che non pagherò  piú finché sulla bolletta non  siano accreditati i pagamenti o i soldi mi  siano rimborsati. Mi dice di conoscere il mio problema e cercherà di risolverlo al piú presto, intanto la linea è ripristinata.
La medesima cosa capita di nuovo con le bollette successive, nessun credito a mio favore, quando vado a protestare mi dicono di conoscere il problema e riattaccano la linea. Appare evidente che tutti gli impiegati del piano terreno sono a conoscenza di qualcosa, ma nessuno ha il coraggio di andare al primo piano per risolverlo.
Ritorno da Joseph  (dell 'Opus Dei).  Mi dice di conoscere  altri casi  con il medesimo problema.  Secondo lui quando ho pagato in contanti, li hanno entrati  nel computer, stampato la ricevuta, cancellato l'entry  (entrata) e intascato i soldi. È possibile? Sembra di si. Qualcuno al primo piano lo sa e quando protesto mi ridanno la linea. Quanto durerà ancora?
Potrei continuare con le "cartoline da grattare" oppure collegare il cellulare al computer  e usare questo servizio. La scelta è di denunciare il caso all'Anti Corruption Autority. Con la giostra dei miliardi rubati, attualmente in fase di inchiesta, non credo che il mio caso, di pochi scellini, possa ragionevolmente interessare le autorità.
Infine un storiella.  Ogni anno questa cittadina manda in scena una fiera agricolaalla quale partecipava sempre, in pompa magna, l'ex presidente Moi. Trattandosi di un’occasione "presidenziale" tutti gli enti parastatali dovevano parteciparvi per esporvi qualcosa d’interesse al pubblico locale formato all' 80% da contadini e pastori. Il giorno della fiera mi reco alla Telkom  per pagare la bolletta. Mi dicono che, per la durata della fiera, non possono accettare pagamenti perché il computer principale, è stato portato in fiera insieme, a quello dell'ufficio postale, per dare lustro alla visita presidenziale!

CHIRURGIA EQUATORIALE
di Georg Von Eisen

Come preavvertito dal medico, la resa dei conti con "l’impianto idraulico" avvenne il 15 maggio 2008.
Dopo una nottataccia, si dovette ricorrere a quello strumento che alcuni definiscono pestifero, ossia il telefonino. Il chirurgo locale (africano) accettava di operare il giorno seguente, previa serata passata in ospedale per le preparazioni del caso, che consisteva anche in un intervento del "barbiere" per preparare la zona in questione. Il barbiere risultava essere una giovane "barbiera" ossia un’infermiera giá conosciuta in occasioni socialmente piú felici.
Alle 10 del mattino mandammo una sedia a rotelle per trasportare il paziente nel "teatro" come  dicono gli inglesi. Il conducente del trabiccolo era il giardiniere, lo "shamba boy" dell’ospedale che si trovò in difficoltà a manovrare il veicolo sull'erba del prato. Decisi quindi di compiere il resto del percorso a piedi tra lo sgomento del personale sanitario. Va notato che in quest’ospedale, le camere di degenza, cosiddette private, distano circa 80 metri dall'edificio proprio, e sono un'aggiunta recente, dopo l'acquisto di una specie di "motel" adiacente, che era rinomato per ospitare coppiette avventurose. Con l'avvento della piaga dell'AIDS, ora ospita, tra gli altri, chi forse si é procurato il malanno proprio in quei locali. In ogni modo le stanze sono pulitissime con bagno e televisione.
L'arrivo in sala operatoria coincise con la mancanza della corrente elettrica. Il generatore d'emergenza era guasto. Dopo consultazioni telefoniche con la KP&L Co. Ltd. (L'Enel locale) decidemmo di  rimandare l'operazione e riparammo in camera per un pisolino. La corrente tornò alle 2 del pomeriggio e potemmo fare il nostro ingresso definitivo in sala operatoria.
Questa sala, datata prima guerra mondiale, possiede un tetto di lamiera e delle alte finestre che la rendono piuttosto tetra. Dicono fosse stata costruita come una caserma.
Comunque é in uso giornaliero e vi operano dei chirurghi indiani e africani. Il mio è un giovanotto nero che ha studiato in Sud Africa. Inevitabilmente le cose vanno per le lunghe. In questi casi, (mancanza di corrente elettrica) non rari, gli addetti ai lavori ne approfittano per andare al mercato delle verdure.
In vista dell'evento, arrivano tutti e assisto all'indossamento dei camici verdi. Desta una certa sorpresa assistere a questi preparativi con il personale ( tutto africano) che si comporta allegramente, come se si trattasse di dare inizio ad una serata danzante. Forse questo fa parte della preparazione psicologica, messa in scena a vantaggio del paziente.
Si avvicina sorridente, un signore col camice bianco, che si appresta a punzecchiare la parte bassa della spina dorsale. Questa operazione e' piuttosto delicata e sono pochi gli anestesisti autorizzati a farla. Tutto va bene e presto si perde l'uso o la sensazione di avere le gambe. Il chirurgo, che indossa una specie di lampada da minatore sulla fronte, sparisce oltre l'orizzonte tra le mie gambe. L'orologio sul muro segna le 3.
L'anestesista, si siede accanto e mentre monita il polso e la pressione del sangue m'intrattiene in una discussione sul miserabile prezzo del caffé pagato ai coltivatori in Kenya. A questo punto riemerge il chirurgo che spiega di aver trovato il problema e si accingere a procedere con l'operazione.
Questa dura, in maniera assolutamente indolore, fino alle 5. A questo punto, tra l'allegria generale degli addetti ai lavori, la partita sembra finita e
si ritorna in camera con il solito trabiccolo questa volta maneggiato da due persone robuste, perché si deve attraversare il prato reso soffice
dalla recente pioggia. Impossibile tentare di camminare perché non esistono piú le gambe. In camera si scopre che é stato inserito un apparato idraulico impressionante, che serve a drenare l'acqua che e’ continuamente inserita per via intravenosa. Questo continuerà per diversi giorni. Gradualmente ritornano le gambe e l'acqua scorre prima rossa e poi lentamente si schiarisce. La degenza in ospedale continuerà per altri cinque giorni  per assicurare che l'acqua scorra limpida, dopo di ché l'appararato "idraulico" è stato definitivamente rimosso e ho sperimentato per la prima volta, la gioia di svuotare la vescica completamente.
Generalmente, in questi piccoli ospedali privati di provincia il trattamento da parte del personale è buono, il cibo é semplice e
abbondante. Nel mio caso le infermiere venivano tutte le sere a darmi la buona notte con una tazza di cacao. Poi mi accorgevo che venivano non tanto per vedere la bella faccia del paziente, ma per seguire alla televisione l'andamento del concorso di bellezza nel quale vi partecipava la piú bella ragazza del Kenya, Michelle Njeri Cuthberth, residente nella nostra cittadina, figlia di colore di un caro (e ricco) amico inglese.
Un conoscente recentemente era ricoverato a Nairobi in un famoso ospedale. Al ritorno si lamentava del trattamento scadente
ricevuto al costo di Sh 7.000 (euro 52) al giorno. Il costo completo della mia operazione, inclusa degenza, medicine, chirurgo, anestesista ecc non superava Sh 80.000 (euro 600)
Dopo questo tipo d'operazione inevitabilmente si discute su quello che in termini militari si denomina "danni collaterali". Un amico mi diceva che ora si può dare addio completamente alla funzione procreativa. L'amico inglese  Peter, un frequente visitatore, commentava:<< Chi se ne frega della procreazione? Ci sono già troppi bambini randagi sulle strade, perché contribuire all'aumento? >> 
Questo va forse bene per un signore che ha 83 anni compiuti.
Peter é un veterano dell'ultima guerra, militava nella P.B.I. inglese, ossia la "poor bloody infantry" (la fanteria scalcinata). Cammina diritto come un fusto, non ha l'autovettura che non puó permettersi con la miserabile pensione che riceve dall'esercito britannico. Dovendo scegliere tra due liquidi, la benzina e la birra, saggiamente preferiva la seconda. In media si tracanna una cassetta di birre la settimana e si scola almeno mezza bottiglia di whiskey, ma solo a fine settimana. Non chiama quasi mai un passaggio eccetto per ritornare i vuoti e portarsi a casa i pieni (di birra).
 Peter é un caro amico che ogni tanto mi canta un pezzo di "giovinezza- giovinezza", imparata in Abissinia  con i soldati italiani. Fuma come un turco, mangia solo quando si ricorda, non é mai stato in ospedale e "passa" l'acqua quasi come un idrante dei pompieri. Questo significa che l'età' "a rischio" puó anche non arrivare o arrivare molto in ritardo.
A mio avviso, con orrore da parte di amici e conoscenti, non consideravo necessario andare in Italia per cose del genere. Per me ha funzionato con una spesa relativamente bassa. Dopo tre anni il paziente è ancora in vita.


UNA FACILE ONNIPOTENZA
di Claudia Peli

Stamattina sono uscita presto per andare a iscrivermi in palestra.
Nel passare di fronte al Coral Key ho visto la mia amica Valentina arrampicata in cima al sottotetto della reception, come una equilibrista circense, che verniciava le travi di casuarina.
“Vele sei pazza! Scendi che t’ammazzi!”
“Non posso, devo finire. Tra poco mr. Jasco passa a controllare e se non le vernicio bene me le fa rifare tutte da capo. E poi devo correre in spiaggia ad imbiancare tutto il muro esterno. Che giornataccia!”
Povera Vale,  devono essere a corto di personale. La saluto e tiro dritto.
Telefono a Filippo al Rosada per riservare un tavolo per me e le mie amiche stasera, e mi risponde trafelato.
“Filippo stai bene? Hai il fiatone.”
“Sono distrutto! E’ da stamattina alle 6 che spalo via le alghe in spiaggia … e devo ancora sistemare centoquaranta materassini sui lettini, tutto da solo!”
“Ma che fine han fatto i tuoi ottanta dipendenti? Si sono ammutinati?”
“Non puoi capire, questa è la fine del mondo.”
Ma che esagerato! Chiamo Mara al Blue key per sapere se mi raggiunge al mare più tardi che diamo un rinforzino all’abbronzatura, ma mi risponde che non ha assolutamente tempo.
“Devo cucinare altre 7 torte e lucidare per bene il servizio di porcellana, perché mr. Edison ha invitato qui tutti i suoi parenti a bere il te alle cinque.”
“Ah ah ah, questa è bella! Ma se non sai neanche come si accende il forno!”
Non mi risponde e riattacca; forse si è offesa. C’è qualcosa che non mi quadra: i miei amici mi stanno prendendo in giro. Sarò mica finita dentro una candid camera?
E mentre guido verso il centro comincio a guardarmi meglio intorno e ciò che vedo mi fa rizzare tutti i peli. Oh my God non è possibile …
In sella ai boda-boda ci sono solo bianchi, e pure alla guida dei piki-piki e anche dentro i tuk-tuk! Alcuni di loro li conosco bene: sono costruttori, albergatori, ristoratori di lunga data. C’è pure il Walter che tira un carretto pieno di ananas e Beppe dietro che lo spinge.
Agli angoli delle strade vedo formose bionde attempate con le tette di gomma che vendono manghi e banane, sedute sui marciapiedi a respirare i gas delle marmitte. Altre donne bianche si aggirano per i vicoli con grosse ceste colme di pesce in testa.
Quando arrivo alla piazzetta del cambio non vedo i soliti arabi cotti dal sole e dalla polvere venirmi incontro, ma ci sono i miei amici  Simone, Alessandro e Giancarlo seduti sulla panchina che contano i soldi e mi chiedono se ho bisogno di cambiare che l’euro oggi è forte.
Ommammamia! Mi comincia davvero a prendere l’ansia. C’è davvero qualcosa che non va. Telefono subito ad Angelo al centro diving, che qui a Malindi mi pare la persona più sana e solida e spero che mi dia una spiegazione razionale su ciò che sta accadendo.
“Angelo, hai visto anche tu cosa succede in città?”
“No Claudia, non ho visto niente. E’ dall’alba che sto caricando bombole in barca e mi è pure venuta fuori un’ernia! Ma se non mi sbrigo passa mr. Kazungu e mi tira  un calcio nel sedere!”
Sudo freddo, ci sarà mica stata una rivoluzione la notte scorsa? Un colpo di stato a Malindi che ha ribaltato  le cose?
Chiamo la Robi a Watamu per sapere se laggiù è tutto in ordine.
“Amica qui a Malindi sono andati tutti fuori di testa! Dalle tue parti tutto bene?”
“Claudia non posso risponderti: Katana mi ha appena portato duecento lenzuola da lavare a mano entro mezzogiorno! Ho fretta …”
“Le devi lavare  tutte tu, da sola?”
“No, tra poco arrivano anche Gavi e Tony a darmi una mano, appena hanno finito di lucidare per bene il galana al ristorante.”
Questo è davvero troppo. Il paese dei balocchi non c’è più: questa è davvero la fine del mondo.
Mi è passata la voglia di fare palestra e torno a casa. Al cancello non c’è il fido Kamau ad aprire, ma Nicola vestito da askari. E in giardino suo padre vestito da shamba boy che pota le siepi.
Salgo in casa e trovo  l’house boy sdraiato sul mio divano bianco che si fuma una sigaretta e mi ordina di portargli un posacenere. Poi mi fa notare che sono in ritardo e che c’è una montagna di roba da stirare e cinque pile di piatti da lavare.
I suoi nove figli si rincorrono per casa e giocano a tirarsi addosso tutta la mia collezione di cd; sua moglie indossa i miei vestiti nuovi appena portati dall’Italia e siccome è quattro taglie più di me li ha già sformati tutti … ed io sto per svenire e  decido di scappare via.
Fuggo a gambe levate giù in spiaggia e lì non ci trovo neppure un beach boy, ma centinaia di wazungu disperati come me.
Siamo tutti in ginocchio nella sabbia con gli occhi lucidi rivolti al cielo per invocare il Padreterno.
“Dio illuminaci! Dacci un segno che ci sei  e vegli ancora su di noi!”
Le nuvole si aprono e udiamo la sua voce potente e buona.
“Ditemi figlioli che cosa vi turba?”
“Signore, che cosa abbiamo combinato per meritarci questo tremendo castigo?”
“Figlioli non capisco, spiegatemi meglio.”
“Facevamo la bella vita qui a Malindi, non ci facevamo mancare niente; forse qualcuno di noi si abbandonava a qualche vizietto, ma ci volevamo tutti tanto bene, davvero sai? E adesso abbiamo perso TUTTO. Questa non è più la nostra vita; perché ci hai abbandonati?”
Lassù nel cielo azzurro Dio si fa una gran risata.
“Figlioli, vi ho permesso di vivere per tanti anni nel vostro piccolo paradiso terrestre. Vi siete crogiolati nell’illusione di aver raggiunto una facile onnipotenza sui vostri fratelli africani. Adesso basta ragazzi, direi che tocca anche a loro godersela un po’, giusto?”
“Aaaaaaaaaahhhhhhh!!!!!!” Il nostro urlo straziante si leva al cielo ed è così acuto che  mi sveglio di soprassalto nel mio bel lettone, sudata e agitata.
Spio fuori dalla stanza e vedo il mio house boy che sta lavando le finestre.
“Anthony, lavi i vetri?”
“Sì mama, tutti venerdì  lavare finestre.”
Era solo un incubo! Un incuboooooo! E mi metto a saltare in mutande come una cavalletta allegra per tutta la casa.
Poi caccio in mano ad Anthony mille scellini e gli dico:
“Oggi fai festa, porta tua moglie e i tuoi figli al mare e a mangiare il gelato.”
Quindi mi affaccio sul terrazzo e grido agli altri:
“E da domani aumento per tutti!”



FANTASYLANDIA
di Alessandro Veneziani

....è un luogo immaginario ma reale, dove la percezione degli eventi diventa fiaba, dove la sensazione del tempo cambia forma e dove la nevrosi  si trasforma in sorridente tolleranza.....è il magico Kenya...

Mi ritrovo così a vivere la realtà filtrata attraverso una sensazione di sospensione temporale, il trascorrere del tempo non esiste più e tutto appare ammorbidito e setoso come se mi trovassi protagonista all'interno di una fantastica emozionante interpretazione di un film fantasy.
Mi accingo ad iniziare un viaggio nella savana, o in savana, è emozionante osservare gli animali che vivono nel loro impero. Un regno che li obbliga ad essere partecipi di una condizione che si intreccia tra il mito e la leggenda. La sensazione è che il confine tra gli esseri viventi sia molto più piccolo e sottile di quello comunemente riconosciuto. 
La prateria africana, è un territorio eccezionale dove la realtà gestisce la consuetudine in modo assolutamente spontaneo, dove la natura comanda e vince sempre. E la partecipazione degli esseri "umani" fa da contorno in modo straordinariamente omogeneo.
Osservare il serpente che prepara l'agguato allo sventurato roditore, percepire lo scambio di notizie tra i due sfidanti e sentire la paura del piccolo animaletto destinato a diventare parte integrante dell'affamato rettile.
Improvvisamente dal nulla, ci si può trovare in mezzo alla perfetta strategia dei leoni in caccia, sono emozioni uniche che vanno oltre ad ogni immaginazione.
Alex guarda il leone, corre veloce veloce comeee... comeeeehhhh....aereo...!!! Sorrido, è un paragone fantasioso, ma plausibile, qui tutto è come nelle favole, ci sono i buoni ed i cattivi, il lieto fine ma anche tutta la crudezza della vita reale.

Ma la mia vita africana si svolge per lo più sulla costa dove non mancano momenti divertenti ma anche di profonda riflessione.
Qualche anno fa, passeggiando per Malindi, spesso sentivo risuonare nelle orecchie una voce amichevole che mi chiamava...Jambo fratello tutto bene?
Durante gli anni  successivi, essendo cresciuto nella scala gerarchica della vita, non ero più... "fratello" ma  "zio"...adesso sicuramente appaio nuovamente mutato e molti si rivolgono a me dicendo...Jambo papa'.
Qualcuno gentilmente giustifica queste affermazioni con motivazioni legate al rispetto della persona ma in realtà, sono passati tanti anni dai miei primi soggiorni in Kenya, l'emozione è sempre la stessa, quella strana sensazione inspiegabile di sentirsi a casa in un luogo di percezione ancestrale, dove il tempo scorre inesorabilmente veloce.
Ed è forse per questo che la vita media africana è più breve?
La certezza è che la nozione del tempo  cambia e fa si che i più fortunati, si ritrovino anziani in un attimo.
E già!, anziani e non vecchi!
Alex, per favore prestami 150 scellini che voglio prendi medicina, mia amica guarita con questa, lei malata, male di gola e adesso bene!!
Ma tu non hai mal di gola!
Vero! Ma io male a testa ma questo bene per tuti.
Così, mi sono imbattuto in un intruglio che aiuta a vivere più a lungo, guarisce da tutte le malattie, cura ogni malessere, malaria, funghi della pelle, pulisce il sangue e protegge anche dall'aids.
E'  una mescolanza di piante erbacee molto densa, dal colore rosaceo, con sapore rotondo e nauseante.
Viene venduto liberamente in ogni negozio, e se assunto con regolarità, un cucchiaio tre volte al giorno per una settimana, ti rimette a nuovo!
Tante persone credono a questo mito ed i consumi del "preparato terapeutico" sono elevati, probabilmente anche per merito del minor costo rispetto alle tradizionali medicine.
In realtà, l'unica cosa di cui indirettamente sono certo, è che provoca mal di testa nausea, vertigini e parecchio dolore alla  pancia.
Ma a volte l'effetto suggestivo produce miracoli, la speranza è  che non determini danni.

E mi chiedo quale segreto possa avere la signora che vende frutta "porta a porta".
E' una donna senza età, sicuramente anziana ma forse non troppo, trascorre le giornate in giro n'giro a vendere frutta e verdura.
Un grande cesto sulla testa e via....fasciata nei suoi abiti africani, percorre senza  paura grandi distanze. La sua è solo fatica, degnamente portata con il fastidio di qualche goccia di pioggia o del sole cocente. Tre piccoli manghi dieci scellini, ma presto arriva sera e domani per lei, sarà un'altro durissimo giorno.

Molti concetti, il dolore fisico ed anche quello talvolta più doloroso, il male interiore, vengono giustificati passando attraverso l' ideale religioso.
...esiste una fede, una fede incondizionata che va oltre...
Oggi è domenica, vado a messa, una qualsiasi, non mi interessa a quale specifico ramo religioso essi si rivolgano. Non scelgo la chiesa, mi infilo nella prima che incontro, è una di quelle tante messe urlate dove le preghiere risuonano nell'aria.
Così, mi ritrovo sotto ad un vecchio macuti ad ascoltare appassionate prediche anglo/ swahili. C'è anche l' interprete che dotato di potente microfono, traduce in simultanea con altrettanta passione.
Tantissimi i fedeli, intere famiglie, il vestito è quello bello!! Quello della domenica! Tutti ballano, cantano e pregano, e ciascuno ha qualcosa di personale da chiedere o  comunicare a Dio.
La festa inizia al mattino e si protrae fino al primo pomeriggio, incuranti della fame e del caldo i fedeli, continuano a pregare alternando balli e canzoni, mentre con piccoli teli spugnosi si asciugano la fronte bagnata di sudore.
Osservando i partecipanti, mi rendo conto di non essere l'unico mzungu, un gruppetto di turisti assiste meravigliato scattando fotografie, sono certo che inizialmente il loro fosse solo puro interesse vacanziero, trasformatosi inevitabilmente in un'emozionante, indecifrabile e coinvolgente scuotimento dell'anima.
E così mi chiedo come gli amici africani concepissero con la fantasia Dio, quale sia la figura ideale che si materializza nella loro mente al pensiero dell' altissimo.
La maggioranza di noi europei, italiani in primis, hanno una cultura apostolica romana, siamo abituati fin da bambini ad avere un'immagine di Dio ben definita.
Ma loro??
Beh, quale miglior modo di saperlo se non ponendo la domanda direttamente a qualcuno dei presenti ?
Così,  senza giri di parole, alla fine della cerimonia, mentre pensieroso cammino sotto al sole, mi  rivolgo all' amico africano che ho a fianco con una domanda secca e diretta:
David...., di che colore è Dio?
....ma Alex, Dio è bianco, come te!!!
Intanto il suo volto assume un' espressione dubbiosa e timorosa, come se la domanda fosse stata irriverente nel solo pensare che l'onnipotente potesse essere nero, e aggiunge:
E' sicuramente bianco....!!!!
Ma David, perchè questa convinzione così certa? Infondo, se guardiamo la posizione geografica dove Lui è nato, potrebbe essere più vicino a te....
Avrei voluto proseguire nella diatriba, ma  percepisco imbarazzo e capisco la sofferenza di David.
Nella sua cultura, qualcuno gli ha insegnato che il "bianco" è superiore e lui con rispettoso rammarico accetta questa strana cosa.
Ora capisco perchè ieri David, procurandosi una piccola abrasione su un braccio, mostrava orgoglioso che sotto sotto anche lui era bianco....mzungu in side....e per questo, quasi quasi sarebbe stato disposto a farsi scorticare.
Decido di lasciare perdere, ma la sua reazione mi ha lasciato tanta curiosità e così penso di riproporre la domanda a qualcun altro.
Passeggiando per il paese, incontro Rosie, una bella ragazza della tribu Luo, ed anche se le sue azioni spesso non collimano con l' intensa religiosità che la contraddistingue, è comunque una persona molto devota.
E' una ragazza povera, ed è anche una povera ragazza, ma un giorno l' ho vista dare venti scellini ad un'anziana e malconcia donna:
Sai Alex, io conosco cosa è stare male!, cosa è avere niente in tasca! e forse Dio è dentro quella donna, e Lui vuole vedere se io sono brava e aiuto.
Ok, il ragionamento è opinabile ma lo apprezzo.
La osservo, è pensierosa e sofferente, chissà a quali e quanti compromessi è costretta sottoporsi per....vivere, semplicemente per stare al mondo!!!!
Qualche lungo attimo di silenzio ma poi torno al mio quesito, in questo caso non pone imbarazzo, solo stupore per la banalità della domanda che secondo lei, ha una sola logica ed ovvia risposta.
Scuote la testa i suoi grandi occhi si illuminano..., la sua lingua incespica più volte, vorrebbe parlare a lungo di questa cosa ma la poca conoscenza del nostro lessico non glielo permette, così si limita ad una sola replica:
eeeeeeehhhhhh...ma, ma, ma, ma,...Alex !!... eeeeehhhhh...Dio non ha nessuno colore, Lui è spirit e spirit non c'è colore !!
Orgogliosa della sua risposta mi guarda compiaciuta ed allargando le braccia pronuncia un' ultimo eehhh...!
Poi mi saluta,
prosegue il suo cammino,
ed allontanandosi si volta ripetutamente come a confermare umile ma decisa il suo punto di vista.
Per me è l'ennesima lezione di vita, e per fortuna questa gente può avere un' aiuto dalla certezza della fede, ma deve passare  attraverso le prove più difficili, la povertà, la fame, e purtroppo spesso anche la malattia.
Ma oggi è lunedì e per me tutto è tornato alla consuetudine.
Vorrei preparare la colazione, così chiedo a Babilon shamba boy, se per cortesia si reca al supermercato ad acquistare le uova e la frutta.
Con la consueta disponibilità, apre il pesante cancello che ci consente di vivere nel regno delle "cronache di narnia" e con calma serafica si incammina versoooo, boh non lo so!!, è una destinazione che solo lui conosce, non ho mai capito quali siano i canali di rifornimento ufficiali della popolazione.       
Aspetto con curiosità il suo ritorno, mi capita spesso di acquistare uova e tutte le volte che rientro almeno una è rotta!
E' inutile porre attenzione, si rompono ugualmente!
Forse anche le piccole galline africane, costrette a obbligate diete, becchettando il nulla, stentano a produrre calcio per i gusci.
Così, mentre aspetto Babilon, noto Rasida che osserva pensierosa un vecchio mappamondo appoggiato su di un traballante scaffale. E' incuriosita da questa "palla"!!
Ed allora io, altrettanto interessato;
Hai visto Rasida che bello il mondo??
Eeeeh, si bello.
Ma dove siamo noi adesso?
Silenzio, silenzio di studio, nell' incredibile espressività dei volti africani, la palla ruota nelle sue mani e poi decisa mi indica QUI !!
Sud america, Brasile...
Diventa difficile correggere le persone che dimostrano convinzioni così certe, non sono in grado di intervenire sulla sua sicurezza, faccio finta di niente, ma lei insiste e vuole mostrarmi anche dove si trova l'Italia.
Nelle sue mani, un'altro rapido giro del mondo e l' Italia spunta accanto alla Groenlandia. Troppo bella la sua logica, se penso al raziocinio del suo ragionamento, mi ritrovo ad essere penalizzato nella mia presunta cultura europea.
Intanto è rientrato anche Babilon, ma quanta frutta hai comprato, qui c'è un casco di banane e questo ananas, mi sembra un tantino verde...
Lo so Alex, ma  banane era buono prezzo, e  ananas subito pronto domani.
Si certo!! Grazie.
Peccato che l'ananas sia rimasto quindici giorni al sole per poi essere mangiato ancora acerbo e le banane in maggioranza siano finite a casa di Babilon ma per fortuna a mettermi  allegria c'è  un uovo rotto.
E così a volte mi chiedo se ci sono o se ci fanno........
Come quella volta che al mercato di Malindi, tra le cianfrusaglie notai un paio di scarpe Nike dall'aspetto realmente "nuovo" .
Per non incorrere nella consueta lievitazione del prezzo  a causa dell'acquirente mzungu, chiedo ad un'amica africana se per cortesia prova a trattarne l'acquisto:
Ma mi raccomando, mi sembrano di misura  un pò troppo abbondante, controlla che siano numero 44.
Ok, va bene!
Sono passati venti minuti, mi ritrovo ancora fermo in un angolo di strada ad aspettare il ritorno ed a  rifiutare le varie e continue proposte di taxi, tuc tuc, boda e chi più ne ha più ne metta.
Finalmente arriva, tiene in mano un'improbabile sacchetto contenente le mie scarpe!
Cosa è successo?
Eh Alex, problemi...lui non voleva dare a me scarpe, troppo pochi i soldi...ma poi, va bene!!
Ok, fammi vedere.
Così controllo il numero che come sospettavo è decisamente troppo grande, 47.5
Ma ! Ti avevo raccomandato di controllare fossero numero 44, queste sono troppo grandi per me!
Eeeeehhhhh....dove problema?!?!?
Se  più piccole, no va bene!!
Se più grandi, tutto ok! Metti “calcosa” dentro... e poi vai bene!
Non so se ridere o arrabbiarmi, ma poi, con un po’ di incredulità che mi confonde,  decisamente rido, è un ragionamento troppo africano che rispecchia troppo la realtà!!! ed in effetti è troppo vero!!!



MIMI NA WEWE...IO E TE
di Alessandro Veneziani

...il frigorifero è pieno di ghiaccio, occorre sbrinarlo!
Lascia stare, sai che Kenya Power toglie la luce molto frequentemente e la riserva di ghiaccio che si è formata, aiuta a mantenere i cibi durante la mancanza della corrente.
Si è vero, ma  non si apre più nemmeno il piccolo scomparto dei surgelati, ne tolgo solo una parte in modo che si possa prendere la carne di mbusi che vorrei mangiare questa sera.....
Ma guarda quanto ghiaccio si è formato  in così poco tempo,
poco tempo? ma sono due mesi che è in funzione!
due mesi? come passa il tempo!
In Africa la percezione temporale cambia tantissimo, una settimana assume la valenza di un giorno e il tempo scorre fulmineo.
Immerso nelle mie riflessioni ed incurante di Babylon, shamba boy che con calma serafica stà rastrellando le foglie di mango, getto il poco ghiaccio davanti alla veranda.
Ma perchè mi guarda incupito?
E' ghiaccio, presto si scioglie e non sporca il giardino.
Ma lui, abbandona il rastrello, si avvicina  incredulo, con l'atteggiamento di chi si stà chiedendo perchè non rispetto il suo lavoro, inizia a scopare il ghiaccio raccogliendolo in un improvvisato secchiello.
Ma Babilon, questa è acqua, tra poco non ci sarà più nulla, stai a guardare...
Un sorriso di stupore prende forma sul suo viso che torna ad essere sereno ed innocente, una risata scuotendo il capo. E mille domande nella sua memoria riempiono i minuti di silenziose  considerazioni.
Questo posto è straordinario, tutto sembra uscito da un racconto fantasy, da uno di quegli episodi di "le cronache di narnia".
Un gatto bianco dalla voluminosa coda rossa, vive sulle piante, forse è imparentato con uno scoiattolo. Al mattino prepara con astuzia agguati ai miei piedi per poi fuggire correndo in contro sterzo sulle punte delle zampette.
Alex, scusa, si è rotta la busta mentre l'aprivo e mi sono rovesciata addosso il latte.
Non preoccuparti, succede e poi così sei come Cleopatra che faceva il bagno nel latte, conosci Cleopatra?
Si certo! Quella di Malindi vero??
Ehhhmm si, si! quella di Malindi.....
Così, io mi ritrovo sempre più in un frullatore di stati d'animo, combattuto tra il sentirmi in pace con il mondo ed il sentirmi in debito con l'universo intero.
Vengo distratto dal simba nero, uno splendido esemplare di mastino napoletano che ha un contenzioso aperto con il gatto scoiattolo.
Per mia fortuna non ha nulla nei miei confronti e si limita ad osservarmi, forse anche lui si chiede come sia possibile respirare una così rasserenante atmosfera, anche nei suoi occhi arrossati dal caldo e dal sole, c'è una luce di pace interiore.
Non bere troppo alcool, ti fa male, ci sono tantissime patologie legate all'eccessivo consumo di bevande alcoliche, sei giovane ed i problemi non si risolvono bevendo!!!
Vieni andiamo dal dottore, chiedi a lui che cosa succede a bere troppo.
Doctor, la mia amica beve tanta birra e talvolta anche spirits...kenya kane, per favore, spiegale che fa male.
Yes, non devi bere troppa birra, invecchia precocemente, non devi bere nemmeno spirits provoca seri problemi al fegato, fai così, bevi vino, quello non fa male puoi berne quanto ne vuoi....
Ma Doc!!!!....è incredibile, non credo alle mie orecchie
Intanto ho adottato kinungu maria, il riccio che mi tiene compagnia nelle serate trascorse in veranda, si presenta puntuale alle 21.00 si fà il suo giretto intorno al frigo, e raccoglie qualche avanzo appositamente avanzato per lui.
Esther ha 11 anni, otto tra fratelli e sorelle, cosa vuoi fare da grande?
Vorrei avere una famiglia, ma non numerosa come questa, non so perche è toccato proprio a me nascere in Africa e povera, non so perchè Dio ha scelto me, ma io vorrei solo due figli perchè è difficile dare da mangiare a tanti bambini.
Ma allora perchè due figli e non uno solo?
Perchè così, se uno muore, mi rimane l'altro....
Tu sei africana, hai mai visto i leoni?
Si! Una volta!
Dove? Nello Tsavo?
No! Al museo di Kisumu sul lago Vittoria
Al museo....e pensare che mia mamma non vuole venire a trovarmi perchè ha paura delle "bestie", forse pensa di incontrare i felini in giro giro per le strade...
In realtà, per le strade si incontrano tantissimi bovini, provate a salutare,  jambo signora mucca!  e vedrete che alcune per circostanze misteriose, rispondono al saluto con inchini più o meno casuali...
E' l'Africa, mia e tua, l'Africa degli enigmi e delle fiabe.


ARRIVEDERCI AFRICA, KWAHERI
di Claudia Peli

Eccomi qui alle prese con la valigia. C’è poco spazio per le mie cose perché ogni anno me la riempiono di 4 o 5 chili di tonno e altrettanti di sail fish affumicato da portare alla mia famiglia. Credo di essere l’unica persona che si porta in valigia un pesce intero sottovuoto; i miei amici di solito si riportano a casa manghi e papaie. Sapete che figuraccia se me la aprono a Milano per un controllo? Farò finta che non sia mia e che ho preso quella sbagliata!
Dopo tutti questi mesi trascorsi in Africa ho voglia di una scorpacciata di civiltà del cemento e del consumismo.
Domani mattina torno a Brescia, dove i tombini hanno i coperchi, mica bellissimi rami di buganvillee sgargianti.
Dove non manca mai l’acqua, e nemmeno l’elettricità. Anzi nella mia città super efficiente l’illuminazione notturna è così potente che non vedi neanche una stella. Certo, la luna c’è, ma chissà perché pare molto più lontana e opaca di quella africana.
Domani torno a fare le "vasche" in centro, a guardare le vetrine dei negozi che espongono manichini abbigliati all’ultima moda. Altro che passeggiate in spiaggia a bearmi in mare o all’ombra delle palme. Altro che noce di cocco fresca, sorseggiata pole pole: da domani prenderò l’aperitivo con le mie amiche in un bar very trendy dove lo pagherò tanto quanto otto cene da Pwani.
Nella mia città non ci sono i beach boys che ti dicono “Tutto liscio come l’olio sorella mozzarella? Saluta con mano, sono tuo amico.” Puoi camminare per ore nelle vie del centro senza correre il rischio che qualcuno ti rivolga la parola o un sorriso o un cordiale jambo. Se c’è qualche africano all’angolo di un vicolo al massimo ti vende una borsa taroccata, ma senza entusiasmo, con lo sguardo spento e il sorriso tirato. Lo avete notato che gli africani che vengono da noi lasciano la loro allegria in Africa?
Domani torno nel mio quartiere snob and chic dove i miei vicini di casa non fanno festini notturni con le studentesse di Nairobi, non sbattono mai le porte, e non alzano il volume della tv. Sono tutti così educati e silenziosi che talvolta mi assale una sensazione di grande solitudine, cosa che qui non mi capita mai. E mi vien voglia di urlare: “Hey voi oltre le pareti! Siete ancora vivi?”
I miei vicini di casa a Brescia sono industriali, imprenditori, primari: tutti gran lavoratori e accumulatori. Mica vacanzieri goderecci  come quelli che ho a Malindi, che buttano via il tempo a giocare a golf o a sguazzare in mare. Nella mia via guidano tutti Bmw, Mercedes, Porsche (a parte me che ho una Opel in prestito). Una volta un mio amico mi chiese: “Ma qui non c’è nessuno che ha una Panda?”
I miei vicini di casa in Kenya invece siedono a bordo di giapponesate smarmittate di seconda, terza o quarta mano. Quasi sempre montano pezzi di ricambio non originali ma ‘ciulati’ a qualche altra macchina. Hanno splendidi interni giraffati e zebrati e talvolta pure gli esterni.
Da domani stenderò il mio bucato in città, stando tranquilla che la sera troverò lo stesso numero di indumenti che ho appeso la mattina. Talvolta qui capita che su sette paia di mutande ne trovo cinque, o su quattro magliette ne ritrovo tre… mi rispondono che è stato il vento. Però so che se faccio un salto al mercato vecchio me le ritrovo su qualche bancarella.
Peccato che a Brescia, quando ritiro il bucato la sera, non senta quel buon profumo di sole, di mare e di frangipani. E neppure quel particolare Eau De Kamau che per sbaglio ci si è asciugato la faccia. A Brescia il mio bucato profuma di inquinamento, quel buon lezzo che fa crescere l’erba delle aiuole di un colore strano,  di certo non verde come lo intendiamo noi in Kenya.
Da domani se mi vien voglia di mangiarmi un mango a colazione me la faccio passare all’istante, a meno che non faccia un leasing per comprarmelo dal fruttivendolo sotto casa. Domani chiudo la mia casetta sull’oceano, saluto i cari amici, lascio questa terra meravigliosa.
Ma stanotte è ancora mia: tutte le stelle, tutte le onde dell’oceano, tutti i versi degli uccelli notturni e dei grilli tra i manghi. E mi addormenterò col  fruscio delle palme e delle casuarine fuori dalla finestra.
Lala salama Africa. Kwaheri.


NONNO NINO E LA CAMERA D'ALBERGO
di Claudia Peli

Oggi si è presentato in ufficio un vecchietto curvo e gioviale. Mi ha colpito il suo abbigliamento da teenager: cappellino da baseball, maglietta psichedelica extralarge, bermuda mimetici cavallo basso. Proprio come il figlio della mia vicina di casa a Brescia, solo che ha settanta anni di meno.
“Buongiorno, la posso aiutare?”
“Magari signorina! Vorrei trasferirmi in questo albergo, ha una camera libera?”
“Certo, venga con me che gliene mostro un paio.”
Mi segue pole pole, poverino con questo caldo equatoriale deve essere faticoso camminare alla sua età.
Mi racconta che la sua agenzia viaggi in Italia ha sbagliato la prenotazione e lo ha spedito in un albergo fuori dal mondo. E’ molto scontento.
“Mi dispiace, immagino quanto sia dura quella lunga strada dissestata per arrivare fino in città se ha bisogno di un negozio o di una banca…”
“Ma no, non è quello.”
“Forse è la distanza da un centro medico in caso di necessità che non la fa stare tranquillo.” Azzardo.
“No, non è neanche quello.”
“…” Mah!
Mi vede perplessa e si sbottona in una confidenza piccante.
“Vede signorina, la mia amica Jenny dice che la strada è troppo lunga per venire a trovarmi di notte col tuk tuk.”
“…” Jenny, no comment.
Ma pensa te il vecchietto si è fatto l’amichetta esotica! Ho seri dubbi che il suo gamberetto si impenni ancora la notte. Chissà in quali acrobazie dovrà cimentarsi la fanciulla per risvegliarlo.
Su, su gamberetto, sollevati! Dai!
Mi viene da ridere ma resto seria e professionale e lo informo che la politica dell’albergo non accetta accompagnatrici africane notturne all’interno della struttura. Neppure se correttamente registrate presso la reception, né sotto copertura di badanti.
“Ma io ho intenzioni serie, la voglio sposare!” Obietta punto sul vivo.
OH MY GOD …
Mi sa che ha preso troppo sole, o è demenza senile?
“Come ha detto , scusi?”
“Io la Jenny me la sposo; tanto a mia moglie non diciamo niente.”
Credevo fosse vedovo, e invece è un casanova bigamo. Taccio che è meglio.
“Vede, mia moglie poverina è vecchia e non si muove dall’Italia.” Si giustifica il giovanotto, e mi viene il dubbio che forse ha cinquanta anni e li porta solo male.
“Mi sono informato sa signorina? Ci sono altri uomini qui che hanno due mogli: una qua e una là, e tutto fila liscio.”
“Mh …” L’ho sentita anche io questa leggenda metropolitana, sarà vera?
Il vecchietto ha scoperto il paradiso malindino e ha deciso di farsi coccolare da un angioletto nero gli ultimi anni della sua vita. Insomma una fine gloriosa, o ingloriosa, dipende dai punti di vista.
“Quando ho visto la Jenny la prima volta sono stato folgorato, amore a prima vista!”
“A senso unico.” Aggiungo a bassa voce, tanto non mi sente.
“E quanto tempo fa vi siete conosciuti?”
“L’altra notte in discoteca.”
“E quando le ha chiesto di sposarla?”
“L’altra notte in discoteca. Guardi che le faccio vedere quanto è bella.”
Mi apre il portafoglio sotto il naso e mi mostra la fototessera di una ragazza  con le treccine, accanto c’è la foto di due bambini biondi abbracciati.
Forse sono all’antica, ma secondo me quest’ometto dovrebbe stare a casa coi nipotini e aiutarli ad addobbare l’albero di Natale, come faceva il mio nonno negli anni settanta. Non si usa più?
Immagino se avessi chiesto alla  nonna:
“Nonnina, dov’è il nonno? Perché non ha ancora portato dentro l’albero che ho tutte le stelline pronte da appendere?”
“Tesoro, non te lo hanno detto che il nonno è partito per l’Africa?”
“Ooooh … è andato ad aiutare i bambini poveri africani?”
“No cara, il nonno è andato a …bip… una bella bambina africana.”
Che trauma per me e mia sorella.
Nel frattempo Nino, così si chiama, mi informa che andrà presto a Muyeye a conoscere la famiglia della Jenny. Bravissima gente.
Certo, bravissimi a campare allegramente con la tua pensioncina. E’ il caso di metterlo in guardia? Ma no, ci penseranno gli eredi.
Gli mostro le camere, ma non vanno bene perché sono al secondo piano e lui non può fare le scale per via delle ginocchia malandate. Eh, la vecchiaia!
“La Jenny mi ha promesso che mi porta da un suo amico dottore molto bravo che ha inventato una pomata magica per le ginocchia. Ma dice che ci vorrà un po’ di tempo per sentire i benefici.”
Pollastrello da spennare, una penna alla volta, sì ci vuole tempo.
Allora gli propongo una camera a piano terra con due letti singoli.
“Eh no signorina! Saremo in luna di miele: ci serve un letto grande.” E si illumina di  un orgoglioso sorriso da maschio latino.
AIUTOOOO! Non voglio il morto in casa … sai che menata organizzare il rimpatrio della salma e dare spiegazioni imbarazzanti ai parenti?
Uffa, questo vecchietto dove lo metto? Alla fine decido di mandarlo nell’albergo in fondo alla strada, dove gli prometto che starà benissimo e sapranno soddisfare tutte le sue necessità.
Lo accompagno al tuk tuk, e mentre si allontana lo saluto col braccio alzato.
“Auguri Nino e figli maschi!”
E a lui brillano gli occhi di emozione, come se avesse tutta la vita davanti.



IL MINIVAN
di Claudia Peli

I signori Tortelli hanno comprato un bellissimo minivan nuovo di zecca. Erano stanchi di viaggiare in taxi e talvolta pure in tuk tuk. Il minivan è arrivato oggi da Mombasa, grigio metallizzato con gli  interni di alcantara grigio perla, superaccessoriato.
“Finalmente staremo comodi!” Esclama papà Tortelli orgoglioso, facendoci due giri attorno.
“Ma che bello papà!” Fanno i figlioletti in coro contenti.
La mamma toglie dal cofano una cacchetta di geko mezza secca e incrocia le braccia soddisfatta. Eh sì, hanno proprio fatto un bell’acquisto.
Peccato che il minivan sia arrivato solo adesso, a fine vacanza, e se lo godranno per pochi giorni. Devono rientrare in Italia e non torneranno prima di quattro mesi per le vacanze di Natale. Allora sì che lo potranno sfruttare bene: gite a Sardegna due, a Cheshale, a Watamu beach. Che pacchia, non vedono l’ora di tornare sui lidi africani.
Per fortuna che c’è Karisa, il loro uomo di fiducia, che durante la loro assenza si occuperà del minivan.
“Mi raccomando Karisa, mettilo in moto almeno due volte alla settimana, così la batteria non si scarica, eh?”
“Sì papa.”
“E togli le ragnatele che si fanno dentro, eh!”
“Si mama.”
“E ogni tanto tiralo fuori dal garage e poi rimettilo dentro, altrimenti  si ovalizzano le ruote.”
“Sì papa.”
“E qualche volta tira giù i finestrini che altrimenti si fa puzza di muffa dentro, e il grigio perla si macchia perché è delicato.”
“Sì mama.”
Per fortuna che Karisa c’è! E mentre i  Tortelli gli fanno mille raccomandazioni più o meno ridicole, di cui lui capisce  solo la metà (ruote ovalizzate????), il buon vecchio Karisa stà già facendo lavorare il suo piccolo ma lesto cervello per escogitare  diversi modi per mettere a frutto questo bel colpo di fortuna:

  1. Affittare il minivan al cugino Matano che fa i transfer Malindi – Mombasa aeroporto;
  2. Affittare il minivan a qualche residente mzungu
  3. Guidarlo lui stesso la sera dopo il lavoro come taxi
  4. Affittarlo ad una agenzia safari per escursioni in savana
  5. …. Non gli viene in mente altro modo per mangiare grazie ai Tortelli, che peccato….

“Allora hai capito Karisa?”
“Certo, hakuna matata,  capito tutto.” E sorride gioviale e umile.
Eh, avere un uomo di fiducia come lui è davvero raro qui a Malindi.
I mesi trascorrono, e passano le brevi piogge, e passano i vecchietti grinzosi a caccia di giovani studentesse, e passano le matrone labbrute a caccia di aitanti rasta, e passano i gruppi incentive degli idraulici mantovani, delle parrucchiere bresciane, e dei piastrellisti bolognesi. Da Malindi passa di tutto; a Malindi tutto scorre via. Ecco che finalmente arriva la stagione dei manghi, si avvicinano le feste di Natale e gli allegri Tortelli tornano in Kenya.
Il buon fido Karisa è stato incaricato di un grande onore: andare a prenderli in aeroporto a Mombasa col minivan. Controlla il veicolo dentro e fuori per assicurarsi che sia tutto in ordine e si chiede ingenuamente se mama Tortelli si accorgerà che gli interni grigio perla sono meno perlati e più marroncino pantegana, e se papa Tortelli farà caso a quella piccola scritta fucsia sul cofano “I LOVE GESUS” … mannaggia a suo cugino Matano che è un fanatico credente … Per fortuna che lui è riuscito almeno a grattare via la scritta ‘Malindi – Mombasa max 14 passeggeri’, eh, altrimenti lo avrebbero beccato sicuramente!
Poi da uno sguardo al contachilometri e gli prende un colpo, accipicchia, qui la faccenda è più complicata: quando gli hanno dato le chiavi il minivan segnava 800 km, ora ne segna ben 78,000 … ahi ahi ahi matata mingi! Si gratta la pelata, poi il mento e la pancia alla ricerca frenetica della soluzione. Fa un giro veloce di telefonate, ma il credito di 80 scellini gli finisce subito. Comincia a sudare freddo … matata mingi si ripete. Finalmente si ricorda di quel tizio di Mtangani che per 1000 scellini ti può abbassare il contachilometri.
Il lavoretto è presto fatto, peccato che per attuare l’inganno abbiano rotto la mascherina di plastica del cruscotto, va beh, qualcosa si inventerà al momento. Magari riuscirà a convincerli che la mascherina non è mai esistita… o meglio: mentre rimuoveva una grossissima ragnatela il ragno gli ha dato una testata e la mascherina è andata in frantumi!
Si mette al posto di guida e mette in moto.
Brummm brummmm! Tutto a posto, brum brum! Eh sì, pensa il fido Karisa, cigola un po’… ma se tengo la musica alta non se ne accorgeranno; deve essere successo durante l’ultimo safari, l’autista deve aver calcato troppo il piede, che mentecatto! Eh, però gli ha fruttato bene: un bel mucchio di scellini e ha fatto festa per due settimane intere!
Brumm brumm, il minivan ruggisce fiero sulla statale. Karisa passa Gede, passa Kilifi, passa Mtwapa e non passa oltre. Ahimè il minivan cessa di ruggire e comincia a guaire. Una nuvola di fumo si alza dal cofano. Grande sgomento di Karisa che va in tilt. E adesso?
Adesso non riesce proprio a pensare ad una soluzione, decide di fermarsi al chioschetto a bordo strada e di bere un goccetto di mnazi, tanto per tranquillizzarsi e farsi venire una delle sue idee geniali per cui è famoso in tutta Majengo.
E mentre pensa ci beve su, e ci beve su ancora un po’ e gli pare che alla fine il problema non sia poi così grave. Insomma non è mica colpa sua se il minivan aveva un difetto di fabbrica, no?
Passano le ore e sulla statale passano i pulmini della Francorosso carichi di clienti vacanzieri, e quelli della Albatour, e quelli della Condor e tutto il resto del mondo: vecchietti grinzosi e matrone labbrute all inclusive. Gli unici che non passano sono i nostri poveri Tortelli, che stanno ancora seduti fuori dall’aeroporto, fiduciosi, in attesa del buon vecchio Karisa.



...UN NATALE DIVERSO
di Francesco Bertoni

L’idea ci frullava in testa da qualche giorno, mancavano pochi dettagli, ma non avevamo dubbi sul giorno in cui andare: Natale. Ci chiedevamo cosa portare e soprattutto dove andare.
Il 24 dicembre lo dedichiamo agli acquisti; giriamo tra le corsie del supermercato col nostro carrello e cominciamo a riempirlo con cartoni di latte e sacchi di riso. Non avevamo mai comprato prima le grosse confezioni da cinque chili, per altro molto convenienti … quasi quasi la prossima volta che dobbiamo preparare un risottino tra amici…
Passiamo ai biscotti, scartati quelli al ginger (secondo noi li vendono solo in kenya) e quelli alla crema (con questo caldo!), prendiamo alcuni grossi pacchi al gusto di cocco (un classico quaggiù).
Il cassiere fissa il nostro carrello perplesso, si sta chiedendo che cosa ci facciano due muzungu con tutte quelle provviste; noi facciamo finta di niente e non  diamo soddisfazione alla sua curiosità.
Ed ora dove andare? Ci facciamo aiutare dal sito malindikenya.net, Freddie e i suoi conoscono bene il territorio di Malindi e le sue realtà.
Nella sezione “Solidarietà” c’è l’indirizzo del Heart Children’s Home, un piccolo orfanotrofio poco lontano dall’aeroporto sulla strada verso Mombasa. Si tratta di un centro gestito da una comunità africana di kwachoca. Contattiamo la responsabile, Lucy Nuru Saidi e ci accordiamo per vederci il giorno seguente.
Finalmente è Natale! E alle tre del pomeriggio andiamo all’appuntamento dove ci attendono mama Lucy e il suo ‘segreteraio personale’ Steve. In realtà è un ospite dell’orfanotrofio: un ragazzino dallo  sguardo intelligente con una  passione per il computer. Ci confida in seguito che da grande vorrebbe fare l’avvocato; vista la sua grinta siamo certi che coronerà il suo sogno. Per ora cura la pagina facebook del centro, risponde alle email e prepara la modulistica: un vero braccio destro per mama Lucy.
Lei è una donna forte e determinata, affronta ogni giorno le mille difficoltà che nascono dal gestire e curare trenta bambini di differente età, con molta pazienza ma pochi mezzi. Lucy ha tanti sogni per i suoi “figli”, come quello di comprare un minibus con cui portarli a scuola evitando che facciano ogni giorno parecchi chilometri a piedi. Sogna anche che ognuno di loro possa trovare una famiglia adottiva a distanza. Ma il sogno più grande è quello di acquistare un pezzo di terra dove costruire la loro casa. Ci spiega che al momento sono in affitto e ne hanno già dovute cambiare diverse. E’ un progetto che Lucy sta realizzando poiché 3,500 euro dei 6,000 necessari sono stati già reperiti.
Al nostro arrivo i bambini spalancano festosi il cancello e si fanno tutti attorno a noi curiosi e ci danno il benvenuto. La casa è semplice, spartana, con un tetto di lamiera. La circonda un cortile curato con un grande albero al centro che ci regala un po’ di ombra nella calda giornata del Natale africano. Ci sediamo tra i bambini che sembrano gradire i biscotti che abbiamo portato. Lucy comincia a presentarceli e a narrarci le loro storie: chi sono e come sono arrivati fino a lei. La ascoltiamo in silenzio e ci commuoviamo. Per ultima ci presenta la mascotte della casa: Lydia, una bambina che pare una bambola con due occhi enormi e dolci. Ci dice che l’hanno portata qui quando aveva solo diciannove giorni, in compagnia della sua sorellina di quattro anni che se ne prendeva cura.
Lucy ci dice che tutto il miracolo creato qui nel corso degli anni è frutto di donazioni di privati  e di turisti che visitano la casa. Purtroppo durante il periodo delle piogge nessuno si reca al centro e lei fa fatica ad andare avanti: ci sono tante cose da pagare! Rette scolastiche, uniformi, cibo, affitto, medicine … Una stanza della casa è attrezzata per ospitare i volontari, quasi sempre europei, che passano le loro vacanze a collaborare  nei lavori domestici o aiutare i bambini nei compiti scolastici e giocare con loro. Nella nuova casa vorrebbe destinare un’area all’allevamento dei polli, per poterli vendere al mercato ed avere una entrata fissa, e magari  costruire delle arnie per produrre il miele.
Giochiamo coi bambini fino a quando viene l’ora di salutarci. Il tempo ci è scivolato via tra i sorrisi, le canzoni e le emozioni. Promettiamo di ritornare presto e di darci da fare per aiutarli a realizzare il loro sogno. A voi consigliamo di andare a trovare Lucy e i suoi bambini, li trovate qui: “Heart children’s home” telefono 0733 884246. L’orfanotrofio è presente anche su facebook!



...CHIAMO L'UOMO BIANCO!
di Alessandro Veneziani

Ma non lo sapevo, non lo avrei mai immaginato.
Da bambino se mi comportavo male, per farmi stare buono mi veniva ricordato in modo alquanto minaccioso l'arrivo dell'uomo nero!!
Nella mia immaginazione fanciullesca, l'uomo nero era rappresentato da un cupo personaggio, un tizio  molto cattivo, che si muoveva furtivo in mezzo alla nebbia della mia pianura padana. Era vestito con un tabarro nero ed aveva il volto travisato da  un grosso cappello corvino.
Ma aveva la pelle  bianca!!!!
Non mi è mai passato nemmeno nell'anticamera del cervello di immaginare il lugubre personaggio come un uomo di colore.
Solo recentemente ho capito che l'uomo nero, doveva avere la pelle nera!
Evidentemente, già da bambino mi sentivo  mezzo africano, e questo per fortuna mi impediva una tale triste associazione di idee.
Ma allo stesso modo, non immaginavo nemmeno che in Africa, minacciassero i bimbi con la stessa solita frase;
Se non stai buono arriva l'uomo bianco e ti porta via....
ma tutto il mondo è paese ed allora perchè stupirsi...!!

Ho appuntamento con il mio referente africano, dobbiamo portare medicinali all'ospedale.
Sulla spalla tengo appoggiato un sacco di yuta contenete varie specialità terapeutiche. L'appuntamento è a Malindi alle ore 11 davanti “all'elefante di legno”.
Parto da Watamu con largo anticipo, dimenticando che spesso la puntualità in Africa... non è proprio contemplata.
Il mio sacco cattura l'attenzione e la curiosità di molti e qualcuno mi propone un baratto a scatola chiusa, sigarette, monili, coltelli stile Rambo, tutto pur di scoprirne il contenuto.
Allora mi diverto ed inganno il tempo con gli amici che ridono incuriositi.
Ma il tempo passa e il mio autista non arriva, così lo chiamo al cellulare e lui con calma serafica mi dice che ha rotto una ruota della macchina, maaaaaa aspettami che tra poco arrivo...
Passa ancora almeno un'ora e finalmente il suono di un clacson mi comunica l'arrivo del tranquillo ritardatario.
E' accompagnato da un amico e il posto di fianco all'autista è occupato.
L'automobile è un pik up così che qualcuno deve accomodarsi dietro, nel cassone!!!
Anticipo i tempi e mi offro volontario, voglio vivere l' escursione  fino in fondo, voglio guardare la strada che porta nella savana da una posizione privilegiata e poi così, mi sento più africano!!
Qualche risata e poi  partiamo, dopo un paio di curve, siamo già fermi, mi guardo intorno e scorgo un piccolo bar africanissimo ...eh, beh,... dobbiamo pur fare colazione..!!
Una graziosa ragazza serve latte bollente in bicchieri di lamiera ammaccati, poco dopo arriva con abbondanti piatti di fagioli e ciapati.
Le posate sono  in un recipiente pieno d'acqua, ogni cliente prende cucchiaio e forchetta che dopo l'uso  ripone nello stesso contenitore....e mi pare giusto, così almeno si auto lavano!!!
Abbondante colazione al modico prezzo di 80 ksh a testa.
Poco dopo finalmente ripartiamo. La strada è polverosa, piena di buche, l'autista guida velocissimo, ed io vengo sballottato su e giù.
Ogni tanto sento qualche urlo lanciato attraverso il finestrino dall'autista che il mio benevolo istinto traduce in un preoccupato HEI,  ALEX, VA TUTTO BENE ??...si si, mi piace pensare così..., voglio credere che si preoccupassero delle mie ossa...!!!
Non vedo molti animali, solo qualche babbuino o similare, ci scruta da lontano.
Alcuni viandanti sperduti camminano apparentemente senza meta sul ciglio della strada, e ci sono gli immancabili bambini che salutano urlando festosi.

C'è una donna che cammina sul lato della carreggiata, ha  un pesante cesto sulla testa, nelle mani tiene due altrettanto grevi secchi , sorrido perchè  un uomo in sua compagnia la segue restando un paio di metri indietro, ma lui da vero maschio, è completamente libero da ogni impedimento.
Così, mi scopro a pensare quali reazioni conoscerei ad esportare questa usanza anche in Italia.
Intanto, tra una buca ed un piccolo guado di fango, arriviamo a destinazione.
La maglietta bianca che indosso è ormai rossa, mi sembra di essermi rotolato in un campo da tennis, anche la mia schiena ed i miei glutei sono piuttosto provati ma va bene così!
Ad  attenderci c'è un'anziana signora africana, è l'ostetrica, ha visto nascere centinaia di piccole creature, è triste, poco prima era venuta alla luce una bambina con seri problemi al palato e teme per la sua vita.
Per arrivare all'ambulatorio, devo attraversare alcune camere adibite a ricovero ospedaliero all'interno delle quali sono presenti piccoli lettini occupati da  bambini accuditi dalle loro mamme.
Ho un sussulto, mi  spavento guardando le signore avvolte nei  loro tipici vestiari variopinti e i loro volti eccessivamente truccati, mi incutono timore.
Hanno un' atteggiamento aggressivo, ma  non nei miei confronti, sicuramente il loro è un modo per cercare di esorcizzare il dramma che li ha colpiti.
Rimango ancor più stupito dalla reazione dei bambini che guardandomi con i loro grandi occhi spalancati, danno tutti inizio ad un pianto sfrenato e terrorizzato.
E' incredibile, io uomo adulto, mi sono spaventato davanti alla tradizione africana ed immediatamente ed in contemporanea, la tradizione africana ha avuto paura di me...!!!
Ecco, è arrivato l'uomo bianco...fate i bravi altrimenti....!!!



SE HANSEL E GRETEL...
di Claudia Peli

Se Hansel e Gretel fossero stati bambini giriama non avrebbero trovato nel bush una casetta di zucchero, ma una bella capanna di merda secca. Scommetto che non  sarebbero entrati a curiosare e probabilmente non si sarebbero messi nei guai con quella vecchia racchia della strega. Che sapore avrebbero avuto le favole con cui siamo cresciuti se fossero state ambientate nel bush  tra Malindi e Watamu, anziché nei boschetti incantati d’ Europa? Sapore di ugali e mcicha. E un buon profumo di oceano e di sole.
Con questa riflessione elegante e profonda comincio a raccontarvi del giorno in cui mi venne l’idea di leggere al figlio del mio askari le favole che un tempo la mia nonna leggeva a me, nell’orto dei pomodori dietro casa.
“Jumaaaaaaa! Vieni fuori dal bidone del taka taka! Lo so che sei nascosto lì dentro a ravanare.”
La sua testolina fa capolino dal secchio blu, immobile come un geko in punta, coi grandi occhi che mi studiano. Nota il grosso libro che tengo in mano e  incuriosito allunga il collo.
“Dai vieni qui, ti faccio vedere una cosa bella.” Gli mostro la copertina colorata.
Mi corre incontro festoso e mi tende le mani aperte.
“Ohi! Giù le zampette luride. Prima ci si lava, lo sai piccoletto!”
Juma corre alla canna dell’acqua in fondo al giardino e si fa una doccia veloce e approssimativa, va bene lo stesso.
“Regalo per me?” Mi chiede fiducioso.
“No, è mio. E’ un libro di favole, pieno di disegni colorati. Lo guardiamo insieme.”
Lo sfoglio  sotto i suoi occhi che luccicano incantati, poi gli dico di seguirmi sul retro e ci andiamo a sedere sotto il frangipani.
Vado all’ultima pagina e consulto l’indice dei titoli, credo che attaccherò con Cappuccetto Rosso.
 Juma emette un gridolino di gioia.
“Cappuccetto Rosso è masai!” Esulta puntando il dito sul disegno.
“Uh…?” Questa cosa non l’avevo mai considerata, e non lo voglio deludere.
“Certo, hai ragione. E’ una bella bambina masai che pascola le capre; un giorno la mamma le concede il  day off e la manda a trovare la nonnina che vive in una maniatta dall’altra parte del Masai Mara….”
“Ooooooh…..”
“Una bella mattina  la nostra coraggiosa Cappuccetto si inoltra nella savana selvaggia col suo bel cestino pieno di chapati appena sfornato …”
E così comincia la mia favola un po’ taroccata e mentre gliela narro Juma mi ascolta a bocca aperta seguendo i contorni dei disegni col dito. I suoi genitori sono analfabeti e non gli hanno mai letto niente. Mi chiedo se almeno gli raccontino  qualche volta una fiaba africana tramandata oralmente.
Quando arrivo al punto dove il lupo/leone si mangia la nonna in un boccone, faccio una smorfia spaventosa per dare enfasi alla tragedia, ma Juma rimane indifferente.
“Ma non ti dispiace per la nonna? E adesso cosa fa Cappuccetto/Masai senza la sua nonnina? A chi  porta il chapati?”
“Va a trovare le altre sei.” Mi risponde sereno.
“Uh…?” Ecco un’altra cosa che non avevo considerato. Qui in Africa hanno nonne in abbondanza, ce n’è sempre una di scorta, anche al decesso della quarta o della quinta, una nonna salta comunque sempre fuori da qualche parte.
“Certo Juma, hai ragione, ma questa nonna è davvero la preferita di Cappucceto/Masai.”
Il piccoletto alza le spalle, forse non afferra il concetto di preferito. Invece si entusiasma quando arriviamo al punto in cui il cacciatore/ranger affronta coraggiosamente il lupo/leone e lo ammazza.
“Come  papà tanti anni fa!” Esulta orgoglioso.
Ma quale padre? Quel pigrone con la camicia slacciata e la pancia di fuori che sta tutto il giorno a far finta di far la guardia al mio cancello? No sicuramente intende un altro papà, ne avrà due o tre anche di questi.
“Papà ammazzato leopardo grande. Con  mani.”
“Te lo ha detto lui?”
Annuisce serissimo e guarda verso il cancello, dove Kamau è appisolato contro la siepe, anzi praticamente dentro la siepe.
Ma sì facciamoglielo credere, tutti i bambini del mondo vogliono pensare che il loro padre sia un eroe.
“E’ vero, il tuo papà è molto coraggioso.” E mi viene in mente che due settimane fa  ha infilzato con audacia la rana toro che gracidava a squarciagola ogni notte sotto la finestra della mia camera. Atto eroico che gli è valso un bonus di 200 scellini.
La favola è finita. Ne scegliamo un’altra? Biancaneve e i sette nani, mi è sempre piaciuta parecchio.
Juma guarda attentamente i disegni, studia per bene i nani, poi guarda me.
“Dove nano nero? Tutti nani mzungu.” Protesta.
Ha ragione, che ingiustizia: c’è brontolo, mammolo, cucciolo e tutti gli altri, ma manca il nano giriama!!!! Se i fratelli Grimm fossero stati a conoscenza dell’esistenza di questa allegra e gioviale tribù del Kenya quando scrivevano le loro fiabe, chissà quanti altri capolavori sarebbero usciti dalle loro penne.
“Katanolo, kazungolo e kamaulo sono partiti per una lunga missione verso il lago Turkana.” Gli spiego, ma non lo convinco.
Juma è stufo, dice che i suoi amichetti lo aspettano giù in strada per giocare a tirar sassi ai corvi sui rami, e mi lascia sola sotto il frangipani a lavorare di fantasia.
Se la bella addormentata nel bush fosse stata una studentessa di Nairobi si sarebbe svegliata molto prima per andare a caccia di un principe o di un vecchio re che la mantenesse. Biancaneve sarebbe stata più abbronzata e avrebbe ricevuto una papaia anziché una mela dalla strega malvagia. La zucca di cenerentola sarebbe stata un tuk tuk o un matatu? Il principe azzurro un aitante beach boy? E il nostro pinocchio? Lui no, sarebbe stato esattamente così: l’indole locale ce l’aveva già.
Sento Juma che urla di gioia, deve aver preso un corvo in pieno. L’anno prossimo andrà a scuola e imparerà a leggere e a scrivere; magari si appassionerà alla letteratura e da grande scriverà qualcosa di suo. Si sa che il talento ti può rendere libero.



I TRE PICCOLI TONNI
di Alessandro Veneziani

Una volta gli ascari, avevano il fucile di legno.
Sono stato in Kenya varie volte, la prima quasi 20 anni fa.
Ma in questo lungo periodo trascorso, credo che il progresso  sia  cresciuto enormemente in una sola direzione, quella dell'affascinante indolente lentezza africana.
Considerazioni bollenti sotto al sole a picco di Malindi a mezzogiorno.
Il sole dell'equatore è dritto in cielo come il piombo dei muratori che, piano piano,
stanno costruendo i nuovi palazzi davanti alla stazione di polizia sull'incrocio con Lamu road.
C'è molto caldo, ho la mia immancabile bottiglietta d'acqua infilata nella tasca posteriore dei  jeans, per me un' obbligo per evitare di diventare improvvisamente secco come il pesce appeso tra le bancarelle del mercato.
Vorrei attraversare la strada ma è difficile,  tuk  tuk, boda boda, taxi, camion, la polvere,
e la carreggiata sconnessa piena di buche …
Ho  vissuto tante avventure in giro per il mondo ed ogni volta mi sono chiesto perchè la differenza tra le culture deve essere così marcata...
Le civiltà hanno preso la loro direzione nei secoli, colonizzazioni, invasioni, interessi.
E noi adesso siamo qua, a vivere queste situazioni di transizione perenne.
In questo istante siamo noi i protagonisti ma verremo ricordati nel tempo?
Alcuni sì, altri no, ma ciò che conta è vivere il proprio momento intensamente.
Nella mente di ogni uno di noi, rimarranno sicuramente le persone più incredibili che si sono incontrate sul nostro cammino, e molti individui particolari della vita, si incontrano proprio in Africa.
Intelligenti, scaltri, opportunisti plasmati a misura dalla situazione in cui esistono.
Molti ci invidiano, pensano che noi navighiamo in una incantevole ricchezza.
Non conoscono i problemi di un società consumistica sempre alla ricerca dell’estremo,
in ogni direzione.
Ma non importa, l'apparenza anche se inutile, conta più dell'essere.(?)
Non per niente, si trovano tralicci per le comunicazioni telefoniche piantati in mezzo a villaggi fatti di fango.
Non è difficile trovare i componenti di alcune tipiche e tradizionali tribù nei loro caratteristici indumenti,  portare con orgoglio e ostentazione l'ultimo modello del telefono cellulare,
agganciato alla cinta della veste.
Oppure indossare le scarpe Nike, barattate con estrema abilità in cambio di qualche souvenir.
Al mercato, tra sorrisi e sporcizia, trovi sempre qualche opportunità per portare a termine affari.
Scarpe usate, pantaloni di seconda mano, magliette consunte.
Tutto venduto e presentato con estrema cura da esperti commercianti.
Ho acquistato qualche Cd contenente musica africana, non il solito “Jambo Bwana”, qualcosa di più caratteristico, canzoni Swahili da gruppi … famosi.
Il prezzo è buono, ma purtroppo la qualità della registrazione è pessima.
Eppure ogni tanto si rischia di fare qualche affare, mi è capitato di assistere alla vendita di oggetti assolutamente ad un prezzo vantaggioso, il problema è che difficilmente  se ne conosce la provenienza...
Un giorno, camminando al mercato del pesce di Malindi, tra le puzze e le mosche, ho notato tre tonni di dimensioni che potevano essere adatte alle mie esigenze.
Sono le due del pomeriggio ed io non ho ancora mangiato, immagino una bella grigliata e così,
non perdo tempo e chiedo ad un beach boy se mi aiuta a cucinare il pranzo.
Qualche perplessità da parte dell'amico africano che dopo una rapidissima riflessione, durante la quale, ovviamente, ha valutato anche il suo interesse, mi dice: “ok, prendi pesce e io cuci per te su  spiaggia. Pero amico, posso tieni le teste? Io faccio zuppa per mia famiglia...”
Non c'è problema, io le teste non le mangio!
Così, acquisto i tre piccoli tonni, 500 scellini quasi tre kg.
Abituato ai prezzi italiani, mi pare veramente un affare ed in effetti lo è!!

L'amico africano che dice di chiamarsi Antonio, taglia le teste, sfiletta il pesce, prepara  ogni cosa,
poi con tutta la mercanzia si allontana, sparisce tra le bancarelle dicendomi: “vado a prendere griglia, ci troviamo tra mezza ora su spiaggia vicino a scogli...”
Va bene, ti aspetto, ciao.
Dopo più di un'ora, di Antonio non si vedeva nemmeno l'ombra, la mia fame era ormai un ricordo.
In quel momento ero proprio solo arrabbiato con me stesso.
Non mi importa dei 500 scellini, ma la  presunzione di essere quasi “africano” è  tanta, e cadere in questi inganni non mi piace, mi fa sentire un turista qualsiasi!
Così che il mio ego si agita, si ribella, non accetta di essere considerato uno sconosciuto in un luogo che ormai  reputa casa.
Ma mi stavo sbagliando, mentre senza pietà, offendevo me stesso, sento una voce che mi chiama:
“Amico..., Alessandro....skuza, ma..., mia la moglie è  cinta..... eeeeee... problemi...”
Ok, va bene, sorrido, e la fame mi è tornata.
Lo osservo,  nelle sue mani c'è un pezzo di ferro, una grata metallica, forse  parte di una rete protettiva di qualche non so cosa!! Ma comunque nulla che assomigliasse ad una griglia per uso alimentare.
Vabbè, mi adeguo!
Così, andiamo sulla spiaggia, troviamo un angolo lasciato libero dalla bassa marea e ci mettiamo a cucinare il tonno.
Fa un caldo infernale e non capisco se il pesce cuoce a causa della carbonella,
oppure per il sole che brucia come se fosse la fiamma ossidrica di un fabbro.
Caspita, ma sto cuocendo anch' io! Quando smette di soffiare il kaskazi, il piacevole vento estivo, ho la sensazione di sentire la pelle che si accartoccia, per fortuna un scoglio mi offre riparo.
Un uomo molto anziano, si avvicina, butta un'occhiata sfuggente e senza parlare si sdraia sulle rocce appuntite.
Mamma mia!!   ma come fa!?!?   sarà un fachiro!?!?
Io fatico a stare in piedi con le scarpe a causa dei coralli taglienti
e questo si mette con il solo costume da bagno, sdraiato senza battere ciglio.

Antonio, l'amico africano,  conosce questo strano personaggio, cosìcchè  scambiano alcune parole in tedesco.
Poi si rivolge a me e dice: “questo, è vecchio uomo tedesco, Kenya kimbo, lui 90 anni e vive Watamu...”
Caspita!!! 90 anni e ha la pelle da coccodrillo!!
Poco dopo arriva una mama  africana, lo sgrida ed insieme se ne vanno.
Un pescatore munito solo di un bastone, ci passa accanto e senza dare a noi troppo conto,
si tuffa nel mare.
Preso dalle situazioni che mi avevano coinvolto, non avevo notato che la marea stava tornando a riempire la baia intorno a noi, le acque,  incominciavano lentamente a risalire, con dolce ma energica prepotenza.
Così, mi sento costretto a sollecitare Antonio; “hey, allora mangiamo o no!?!? Che qui tra poco anneghiamo!!!”
“Sì Alessandro, quasi pronto!”.
Intanto apre un contenitore di pelle, una borsa lasciatagli sicuramente in  eredità da qualche turista. Estrae una bustina di sale e una scatola metallica contenente una sorta di burro dal  colore  molto giallo, che lui, convinto, chiama olio...mah!!!
Il pescatore che si era tuffato poco prima, riemerge con attaccato al bastone un polpo,
si avvicina  e mi chiede se baratto la sua preda con un poco del mio pesce cotto.
Non c'è problema, offro al nuovo amico di mangiare con noi, ma non voglio nulla in cambio.
In fondo, anche per questo ho acquistato tre tonni....
Il pranzo è pronto, non so se il profumo della griglia, oppure  il tam tam a noi impossibile da udire, 
ma si è creato un' incanto, così che,  da ogni angolo, si materializzano persone e tutte, guarda caso, conoscono il mio “cuoco” …
Ecco, lo sapevo, oggi non mangio...Non importa, mangerò stasera.
Adesso mi cibo della gioia di vedere queste persone felici...magari mi prendono anche un po'  in giro, ma mi presto volentieri al gioco…



STRANEZZE DI WATAMU
di Alessandro Veneziani

La spiaggia di Watamu è un luogo speciale, spesso si fanno passeggiate che allargano la mente e riempiono il cuore di emozioni. Il sole è caldissimo, le maree aiutano a cambiare il panorama, le barche che si trovano poggiate sulla banchina, aspettano con pazienza africana il ritorno del mare per tornare a sentirsi parte integrante della bellezza di questo luogo.
Cammino sul bagnasciuga, ci sono conchiglie, granchietti che corrono alla velocità della luce, piccole meduse che si sciolgono al sole, stelle marine dai colori intensi, quasi fluorescenti.
Alcune turiste italiane, raccolgono conchiglie, non amo chi viola il naturale equilibrio della natura .
Credo siano comportamenti primitivi.
Ricordo di avere letto su un libro molto divertente, una frase appropriata alla situazione.
Così, sorridendo, mi avvicino alle signore e dico loro.
“Come sono belle quelle conchiglie!”
Mi guardano compiaciute e mi dicono.
“E' vero! Staranno benissimo sul tavolo del mio salotto, speriamo solo che non ci fermino alla dogana!”
“Eh già, la dogana è un problema, sapete, anche io possiedo una enorme e splendida collezione di conchiglie, è talmente grande che per conservarla la tengo sparpagliata su tutte le spiagge del mondo”.
Un po’ di imbarazzo sul volto delle signore, ma le conchiglie sono tornate al loro posto.
Continuo la mia passeggiata, è talmente bello questo luogo che i pensieri si fondono alla natura in modo da creare una barriera inattaccabile da qualsiasi intromissione esterna.
Vedi solo quello che vuoi vedere, senti solo quello che vuoi sentire, costruisci il tuo mondo!
E tutto il resto rimane ovattato nella tua mente.  
A volte, capita di venire riportati alla realtà da ragazzini, venditori di gadget e ragazze in cerca di avventure.
Immerso nei miei pensieri, non avevo notato una persona che, seduto sulla sabbia, con disinvoltura, prendeva il sole in costume adamitico.
Rimango un po’ stupito, mi guardo intorno e non vedo nessun altro, la zona è dietro un falsopiano che si erge lungo un'insenatura. 
Luogo appartato, ma non isolato e non  privo di costante passaggio.
Continuo la mia camminata senza scompormi.
Medito che la polizia e le autorità competenti, non sarebbero in sintonia con l'allegro personaggio,
credo, anzi sono certo, che lo scandalo più che infastidire i solerti tutori della legge, avrebbe giovato loro... Ma nessun rappresentante di categoria era presente.
Poi, penso ai tanti moralisti pronti a gridare all'oscenità, a tutti quei puritani che si sentono autorizzati a giudicare il comportamento altrui, ponendosi sopra ad un piedistallo, di fango, che loro stessi hanno eretto a testimonianza della loro ostentata e certa (?) purezza. 
Rifletto anche sulla posizione che potrebbero prendere tante persone che sarebbero disponibili  a  sdoganare una tal condotta...siamo in paradiso e nell'eden....si sa...!
 Sorrido, mi rendo conto che ciò che più aveva destato la mia curiosità, non era quello che non indossava, bensì, l'unico indumento che portava addosso!
Un cappellino di colore blu, con una banda bianca che ne ricopriva l'intera circonferenza.
Mi ricordava tanto un copricapo che avevo da bambino.
Il mio, era un berretto bellissimo, vi ero molto affezionato, a tal punto che  quando fini la sua esistenza, mia mamma fu costretta a raccontarmi che era stato mangiato niente di meno che,
“dal cane nero”.
Ma io sono tollerante, che mi importa del tipo nudo....!?!?
Però, non mi risulta che nella zona vi siano spiagge per naturisti, anzi, conosco la legge del Kenya e so che va in tutt'altra direzione!!
Ciò nonostante, è  lui che non tollera che io sia vestito!!
Come un'animale a cui è stato violato il territorio, si alza in piedi, e con fare minaccioso, si avvicina.
Parla concitato una lingua a me sconosciuta, forse tedesco. Sicuramente è tedesco.
Amico non ti capisco, vedo che sei arrabbiato, ma non ti capisco!
Ho scarsa padronanza della lingua tedesca, anzi nessuna!
Allora provo con  l'inglese, cerco di stabilire un dialogo civile, perlomeno pacifico ma niente, lui insiste, indica continuamente la mia parte posizionata a metà del corpo e con gesti inequivocabili, degni di un mimo francese, mi dice di togliermi lo slip.
Mi sembra in buona fede, ma allora sono io fuori posto?
Forse non sono al corrente che Watamu è diventato luogo di esibizionismo e spiaggia per naturisti.
O forse, più probabilmente, l'amico tedesco ha sbagliato destinazione salendo sull'aereo.
Lui insiste, io cerco di allontanarmi e intanto ribadisco che non intendo togliermi  nulla!
Lo saluto, non prima però di aver cercato di spiegare a lui che con la testa che ha, giustamente  indossa il cappellino... mentre io, indosso il costume...




CHI FA LA SPIA?

di Claudia Peli


Ieri notte non ho chiuso occhio perché i miei vicini di casa hanno fatto festa fino all’alba. Ed è già la seconda volta questa settimana. Non so se andare a lamentarmi o fare finta di niente nella speranza che non si ripeta. Oppure cercare sulle pagine gialle uno stregone specializzato in magiche rotture di impianti stereo. Cosa mi potrebbe costare? Forse un paio di galline; il sonno non ha prezzo.
Mentre passo davanti al loro cancello rallento e spio dentro. Che strano, pare che la casa sia disabitata: è tutto chiuso. O forse stanno ancora dormendo per riprendersi dai bagordi della notte scorsa.
Dopo pranzo decido di andarli a trovare, porto un cesto di manghi per mantenere rapporti di buon vicinato, e cercherò di chiarire con gentile fermezza che di notte vorrei dormire.
In giardino ci sono alcune biciclette abbandonate a terra e sento schiamazzi di bambini provenire dalla piscina. Bene, qualcuno c’è.
Vedo l’house boy che si aggira attorno alla casa e lo chiamo. Mi riconosce e mi viene incontro ciondolando allegro.
“Jambo mama Claudia!” Mi fa un gran sorriso.
“Jambo.”
“Karibu!” Mi apre il cancello.
Entro e lo seguo. In piscina vedo parecchi bambini  che sguazzano allegri. Ma pensa un po’… non sapevo che i signori Maffi fossero così filantropi. E invece fanno usare la loro bella piscina ai piccoli africani.
“Mama è in casa? Le devo parlare.”
“No, mama  Italia. Anche papa.”
Ah, ecco, lo sapevo che non potevano essere loro… probabilmente è quel mentecatto del figlio che fa i festini fino all’alba con le studentesse di Nairobi, e questi piccoletti sono tutti i suoi figli illegittimi.
E invece l’house boy mi dice che nessun componente della famiglia è qui. E allora chi sono quelli là in piscina?
“Miei parenti.”
“E le feste di notte?”
“Miei parenti.”
“Hai chiesto il permesso per fare  queste cose?” Non so perché glielo chiedo tanto so già la risposta.
Sorride e alza le spalle. Lavora e vive in questa casa da oltre dieci anni, quindi la considera casa sua.  E come può rifiutare  ai suoi figli e nipoti e amichetti un bagnetto? E le feste? Ha semplicemente prestato la casa a suo cugino che si è sposato una settimana fa, non c’è niente di male ad essere generosi tra consanguinei.
Secondo me è ubriaco.
“Mama si arrabbierà tanto quando scoprirà quello che fai.” Lo sgrido.
“Mama non saprà mai. Mama lontana. Arriva a Natale. Io pulisco bene casa, piscina anche. Hakuna matata.”
Non gli viene in mente che io possa telefonare alla signora e spifferarle tutto. O che lo faccia qualcun altro al posto mio. Possibile che sia così tranquillo e creda di passarla liscia? Ebbene sì, talvolta sono così ingenui da fare tenerezza. Ne combinano di tutti i colori nella convinzione di essere così furbi da farla franca, e invece no: VENGONO SEMPRE TANATI!!!
Farò la spia o starò zitta?
In quinta elementare, durante la ricreazione, ho dato un bacio a un mio compagno di classe sotto l’albero di castagne in fondo al cortile. Eravamo sicuri di non essere visti, invece una bambina ci ha sorpresi ed è corsa subito a fare la spia dalla maestra. Che vergogna per me, ma che umiliazione per lei che è stata chiamata spiona fino alla fine dell’anno scolastico. Avevo dieci anni e ho capito che fare la spia è una brutta cosa.
Così ho fatto un patto con l’house boy: io starò zitta ma basta feste di notte, e la casa va tenuta bene in ordine e non ci fa entrare nessuno. In cambio  può far giocare i bambini in piscina, preferibilmente solo i suoi, non quelli di tutta la costa nord.
Chissà se rispetterà i patti. Per molti di noi è difficile fidarsi  a lasciare per lunghi mesi le case nelle loro mani. Qualche volta al nostro ritorno in Africa ci attendono amare sorprese…
Un mio amico mi ha raccontato che tornando in Kenya dopo cinque mesi di assenza ha trovato il suo bellissimo giardino dissodato. Al posto del manto d’erba verde c’era un grande orto che lo shamba boy coltivava abusivamente e poi la moglie vendeva le verdure su un banchetto per strada. Quando lo ha costretto a ripiantare l’erba perché non voleva pomodori e insalata fuori dalla veranda, lo shamba boy si è offeso, come se avesse subito un torto.
Qualcun altro torna e non trova più il letto, o l’armadio o il tavolo… che fine fanno i nostri mobili  quando andiamo in vacanza in Italia? La scusa più usata è che  se li sono mangiati i dudu che si sa hanno una fame atavica in Africa! E poi magari un giorno, quando ormai non ci pensi più al tuo bel divano, eccolo lì esposto sulla Casuarina road, in vendita a un ottimo prezzo. Da queste parti capita.
Veniamo beffati, sul momento ci arrabbiamo e ci viene voglia di tirare il collo a qualcuno perché quando è troppo è troppo!  Poi ci calmiamo e finiamo col chiudere un occhio.
In fondo abbiamo la consapevolezza di essere fortunati: siamo comunque seduti comodi sulla riva più sicura del fiume, mentre loro nel fiume ci devono nuotare controcorrente tutti i giorni. E deve essere davvero FATICOSO.




IL MERCATO DEI SORRISI
di Fedele Turci L'odoard

Chiunque frequenti Malindi e non sia un turista “mordi e fuggi” dovrebbe recarsi almeno una volta, prima delle nove del mattino, al mercato della frutta e verdura.
Io ogni tanto lo faccio e fatalmente mi tornano alla mente molti “perché” del mio innamoramento di questo posto.
L’ultima volta, per calarmi nell’ottica africana, ho deciso di lasciare a casa anche la macchina e mi sono incamminato a piedi in cerca di un tuk-tuk.
Il primo ad affiancarmi è stato un boda-boda, le simpatiche bici-taxi condotte quasi sempre da pennelloni con lunghe leve e un accenno di rivoli di sudore sulla fronte, con fragranze non proprio inebrianti provenienti dalle loro ascelle. Ma è capibile, anch’io non profumerei di Armani Pour Homme se pedalassi tutto il giorno sotto il sole. Mi chiede se voglio un passaggio.
“No, grazie, cammino un poco” mento spudoratamente.
Così mi tocca dire no anche a un più invitante piki-piki, la motoretta guidata da un bulletto con la maglia del Manchester United, che arriva poco dopo. Il boda-boda infatti è in fondo alla strada e gli passerei davanti a sfregio e questo non è onesto.
Quindi prendo una traversa sterrata e finalmente appare Mosè.
E’ il driver di un tuk-tuk che conosco, perché arriva sempre a casa mia con una mia amica che ogni tanto viene a trovarmi. Non è più tanto giovane, e infatti i suoi clienti hanno italianizzato la parola “mzee” (vecchio) swahili con “Mosè”, e ormai anche lui ti dice che si chiama così.
D’altronde non c’è niente di male, a Malindi tra i swahili, cioè i kenioti di origine araba, è pieno ormai di Abramo (Ibrahim), Stefano (Seif) e Mimmo (Mohamed).
Mosè mi riconosce e mi invita a salire.
“Dove ti porto, bwana?” mi fa.
“Al mercato della frutta, ma non passare dalla strada asfaltata!”
Così imbocchiamo Majengo, il quartiere dove i bambini giocano a palla tra la spazzatura e le galline e dove le parrucchiere lavorano all’esterno del loro negozio, intrecciando capelli per ore e ore, discutendo di qualunque cosa con vicini e passanti. Conversazioni a cui alla fine prende parte anche la cliente del parrucchiere, ovviamente.
Tagliamo la città araba in due e Mosè, con molta abilità, evita un camion tutto storto, un pazzo al volante di una station wagon coi vetri scurissimi e una pecora slegatasi da una corda malamente attaccata a una panca di legno fuori da una macelleria.
Arriviamo finalmente in quel crogiolo di urla e di colori, di odori forti ed essenze fluttuanti nell’aria che è il mercato vecchio di Malindi. Scendo dal tuk-tuk e saluto Mosè.
“Quanto ti devo?”
“Sema wewe…” fai tu, mi dice.
Era meglio che facesse lui.
Gli lascio 100 scellini, anche se so che la corsa ne varrebbe 50, per un residente.
Ed eccomi nel festival dei sorrisi!
Sorrisi delle vecchie che passano l’intera giornata a pulire e sminuzzare gli spinaci, per poi metterli in sacchetti monoporzione da cinque scellini.
Sorrisi delle mama che si sono fatte tanti chilometri a piedi con le loro ceste, per portare manghi, papaie e banane del loro shamba da vendere.
Sorrisi dei ragazzetti che ti venderebbero di tutto, anche se la loro baracca promette solo carbone e cavolo bianco. Sorrisi di chiunque ti incroci per la strada.
Mano a mano che ti introduci nei meandri del mercato, alla ricerca dei pomodori più rossi e grandi e delle patate meno sporche e bitorzolute, i sorrisi aumentano. Quando poi sentono che conosci qualche parola in swahili e non solo “jambo!” è festa grande! Ridono di gusto e si scambiano occhiate e parole tra di loro come dire “Hai visto il mzungu? Ha imparato a parlare la nostra lingua!”
Sorridono mentre pago e mentre gli spiego cosa intendo cucinare con tutta quella verdura, cercano di capire se ho un albergo o un ristorante, se tornerò tutti i giorni o sono qui per caso.
Un altro Mosè, ma molto più Mosè, non vuole sentire ragioni e mi porta le due borse piene di ogni tipo di verdura, che so già sarà buonissima e che mi è costata uno scherzo, anche rispetto ad altri posti di Malindi.
Le borse pesano, altrimenti me ne starei a girare ancora un po’ qui, anche senza comperare niente. Mi saluta sorridendo il proprietario del negozio di vimini, la mama che vende sigarette e fiammiferi, c’è anche un mezzo ubriaco che cerca di vendermi qualcosa che non sa neanche lui cos’è, ma quando capisce che non sono un turista, guarda caso sfodera anche lui un sorriso sdentato e mi chiede una sigaretta.
Fermo un tuk-tuk al volo, è un giovane tutto esaltato, ha anche la musica a bordo.
Non ci crederete ma mi stampa un bel sorriso.
Ho fatto il pieno e posso tornare a casa, prendere la macchina e andare a lavorare, sorridendo.
Più tardi sfilo per Lamu Road, sento le urla di un italiano che litiga con qualcuno,  penso che c’è chi vive a Malindi da tanti anni e non ha mai fatto la spesa al di fuori di Lamu Road, e mi viene un po’ tristezza.



LA MALARIA E' UN FATTO DI SANGUE...
di Alessandro Veneziani

E’ il primo pomeriggio di una calda giornata d’ inizio Marzo.
A Watamu si incontrano poche persone, al più qualche turista dall’inconfondibile caratteristica inglese che si aggira perduto senza meta sotto al sole cocente.
Solo le solite capre che circolano indisturbate mangiando tutto quello che trovano, sembrano accorgersi di lui, così che il buon samaritano, regala loro qualche buccia di banana che stava avidamente mangiando.
Intanto io, non so perché, ma ho un po’ di mal d testa, forse il sole, forse il caldo o forse… la malaria….e si!, La malaria, questa “sconosciuta” malattia che incute terrore e paura!
Paura infusa da medici troppo scrupolosi o troppo incapaci al punto di prescrivere  Malarone  per tre mesi consecutivi.
Qualche anno fa, durante un breve soggiorno in Tanzania, decisi di fare la profilassi a base di Lariam, la solita terapia, inizio giorni prima, proseguo anche dopo il ritorno…una strana senzazione di gonfiore addominale mi impediva di muovermi normalmente, dolore al fegato che se premevo leggermente sull’addome mi pareva volesse uscire balla bocca…, spossatezza e malessere generale!
Analizzo la situazione, una sommaria valutazione del rischio.
Percentuale di possibilità di contrarre la malaria, bassissima, percentuale di guarigione con farmaci locali altissima…
Danni provocati dai costosissimi farmaci europei….????….
Da allora non prendo più nessun farmaco però, in preda a ipocondria, mi chiedo:
E se avesse ragione il dottore così coscienzioso e timorato ?
Accidenti, anche ieri sera a tavola si discuteva di malaria.
Tutti avevano racconti ed aneddoti, naturalmente drammatici.
Ma no, ma quale malaria!?!
Però !
Anche Roberto è andato a fare il vetrino; sai, ho un po’ di nausea e con 100 scellini….
Uffa!!!
Ma si, faccio un giro, vado a Malindi e mi tolgo il pensiero!
Così, in balia dei miei pensieri, avverto una voce che mi chiama Ale, Ale, dove vai?
Era la mia amica africana Carol che tornava dal lavoro, il suo incarico è alla reception  in un villaggio.
Il giorno successivo sarebbe stata in off, così, racconto a lei le mie paranoie a tal punto che sorridendo gentilmente mi dice: ok, ti accompagno a guardare il sangue, io so dove è Ospedale!
Avremmo potuto ottemperare al bisogno anche a Watamu, ma volevo spostarmi e fare un giro, così,
arriviamo a Malindi nel fracasso dei tuc tuc, dei matato, dello smog provocato da camion, in barba a tutti gli inutili blocchi del traffico che siamo costretti a subire in Italia
Amo questo fragore, mi piace questo disordine organizzato, lo reputo decisamente migliore del traffico nebbioso e ghiacciato delle nostre tangenziali. (ma questa è un’altra storia).
Intanto, durante il tragitto a piedi, io inciampo nel terreno sconnesso così che Carol, si arrabbia e con fare minaccioso mi dice guarda dove metti i piedi!!!…
Sawa sawa, non pensavo che in questa parte del mondo inciampare fosse così grave!!
Ospedale???
Devo dire che la mia immaginazione non arrivava a tanto!
Una scala bianca, in un palazzo dallo stile arabeggiante, portava davanti ad una porta semichiusa.
Dall’interno si sentiva una voce maschile che con autorità spiegava ad una donna  la posologia del medicinale.
Entriamo e dopo poco è il nostro turno.
Carol spiega il motivo della nostra venuta, io guardo intorno e rimango assolutamente stupito, nessuna paura, solo stupore nel vedere un ambulatorio medico così organizzato.
Il festival dei controsensi, medicinali nuovissimi, garze, bende, cerotti, in mezzo ad ampolle e provette degne di un alchimista.
Un’arrugginito ventilatore a soffitto ruota cigolando sopra la  mia testa, speriamo non si stacchi!!
Intanto la conversazione tra Carol ed il dottore prosegue, ma che si staranno dicendo penso io, è un quarto d’ora che parlano!!
Fino a quando sorridendo il medico mi  fa cenno di sedermi su una sedia e mi dice di preparare il braccio.
Ok, ma dove mi  appoggio con l’avambraccio?
Ovviamente da nessuna parte, braccio teso e….. opplà, una siringa usa e getta nuova appena scartata entra nella mia vena senza alcun dolore.
Mi congratulo con il medico che annuisce e pare certo delle sue capacità!
Penso di avere finito quando mi accorgo che Carol si siede al mio posto, ecco di cosa parlava prima….,
Va bene, ormai siamo qua, intanto Carol spaventata dall’ago ritraeva il braccio mentre con l’altra mano si copriva gli occhi,  il dottore tirava verso di se e cercava di infilare la siringa nella vena.
Tira di qua, tira di la, finalmente il prelievo viene eseguito.
Tornate tra un paio d’ore e l’esito sarà pronto.
Non sapevo che Carol avesse richiesto una moltitudine di esami, compreso il test per l’aids, mi pareva strano che mi avesse accompagnato senza pensare ad un tornaconto…
Puntualmente dopo un paio d’ore torniamo e i risultati erano pronti.
Fortunatamente tutte le analisi erano a posto, non avevamo la malaria e nemmeno l’aids!
All’uscita Carol sorridendo con gioia mi disse : Adesso che sai però, fai il bravo!!!
Roba da matti, non aveva nemmeno preso in considerazione la mia ipocondria per la malaria !!



TRE BANANE
di Claudia Peli

Passeggio sulla Silversand beach impegnandomi in uno slalom tra i beach boys e le venditrici di parei. Ho un ragazzino attaccato alle caviglie da venti minuti che vuole vendermi ad ogni costo un pacchetto di noccioline tostate. Nel frattempo ho già rifiutato con cortesia: una aragosta viva, una noce di cocco, un paio di ciabatte, una coppia di masai di ebano (?), un vasetto di crema abbronzante di pura papaya (?), una seduta di treccine, un accompagnatore rasta  muscoloso … vi prego basta … Fratelli e sorelle d’Africa lo so che dovete campare ma io non posso comprare ogni giorno le vostre mercanzie.
Il primo anno lo facevo; ero più emozionata dalle novità, più ingenua nei loro confronti, più meravigliata di fronte a tanta bellezza e certamente più ignorante. Ebbene sì ero una di quelle persone che pensava davvero che le statuette di ippopotamo fossero intagliate nell’ ebano! E scrivevo a casa dicendo “Mamma, lo sai che in Kenya l’ebano costa niente?!” Poi ho imparato a grattare via il lucido da scarpe nero  dalla pancia dell’ippopotamo con una chiave: che delusione. Ed ero sempre io che credevo che nel vasetto giallo col tappo verde ci fosse veramente estratto di papaya abbronzante, fino al giorno che son tornata a casa con le bolle sulla faccia.
Giravo tra le bancarelle e mi pareva tutto originale ed economico e così riempivo i miei cassetti di tante cianfrusaglie. Frugavo nelle ceste delle mami e i parei mi parevano uno più bello dell’altro.
Ma oggi no. Oggi le noccioline tostate non le voglio, e neppure il portachiavi a forma di tonno col mio nome inciso sopra. Mi dispiace fratelli e sorelle d’Africa, oggi vorrei passeggiare da sola e rilassata. Godermi il mare e il sole senza interferenze.
Mi si fa incontro una signora italiana che tiene un bambino africano per mano e mi porge la sua macchina fotografica.
“Signorina per favore mi farebbe una foto mentre do un biscotto a questo bimbo? Così quando torno a Milano la faccio vedere alle mie amiche.”
“Certamente, che bel gesto generoso.”
Tira fuori un fazzoletto di carta in cui è avvolto un biscotto sgraffignato al buffet dell’hotel.
“Apri la bocca tesoro.” Gli dice col sorriso mentre si mette in posa di profilo e infila il biscotto tra i dentini bianchi e contenti del bimbo.
Ed io scatto.
“Oh no!” Sbotta lei allarmata tirando via il biscotto dal piccoletto che non è neppure riuscito a sentirne il sapore.
“Cosa succede signora?”
“Deve assolutamente farmene un’altra perché non avevo tirato dentro la pancia.”
Non rispondo, ma annuisco ed eseguo. L’accontento solo per assicurarmi che il bambino riscuota il suo premio. E mi viene in mente che io in sette anni non ho mai dato un biscotto né una caramella a nessuno. Di solito coi bambini ci parlo e basta e mi faccio prendere in giro perché so che si divertono.
Proseguo nella mia passeggiata e quasi subito mi sento chiamare per nome. Non mi volto perché non ho voglia di altre fesserie.
“Mama Claudia!” Insiste la voce.
Uffa… va bene mi volto. E riconosco il ragazzo che si sbraccia oltre la siepe di una villa.
“Lewa sei proprio tu!”
E’ lo shamba boy che lavorava nel mio team fino a pochi mesi fa: un ragazzo educato, sgobbone e onesto. Qualcuno potrebbe pensare “una specie in estinzione da queste parti”.
“Lavori qui adesso?”
“Sì,  giardino di bwana Aldo.” E mi mostra orgoglioso il suo regno.
“Sei felice?”
“Lavoro buono, pesa buona.”
“Sono contenta per te Lewa, te lo meriti.”
Mi sorride e prende tre banane dalla sua cesta. Me le porge.
“Lewa mi dispiace ma non ho soldi con me.”
Lui scuote la testa e mi dice che è un regalo. Ed io nello stesso momento mi sento scema e commossa.
“Io non dimentico mama, tu sempre buona con me.”
Resto senza parole, meravigliata di questo piccolo dono. Lo accetto con gratitudine perché so che potrebbe essere il suo pranzo e lui se ne priva.
In questi anni sono stata quasi sempre abituata a dare più che a ricevere. Ecco perché persino tre banane mi commuovono un po’. Fratelli e sorelle d’Africa, qualche volta siete ancora capaci di sorprendermi. Vedete? Ci sono giorni che mi pare di non sopportarvi più, di non farcela proprio a capirvi e mi do per vinta. E mi chiedo che cosa c’entro io con voi e perché mai insisto nella volontà di comprendere le vostre azioni e i vostri pensieri. Poi all’improvviso mi saltate fuori con queste sorprese che mi riaccendono la speranza!
Saluto Lewa e pole pole continuo la passeggiata. Il ragazzino con le noccioline torna alla carica, e indica col dito il mio bottino, forse ha fame. Allora mi viene un’idea:
“Barattiamo le mie tre banane con un pacchetto delle tue noccioline?”
Lui annuisce, sembra soddisfatto dello scambio, e finalmente se ne va per la sua strada.
Adesso io potrei tornare dal mio amico Lewa e regalargli le noccioline così ricambio il suo bel gesto, oppure tentare di barattare ad una bancarella il mio pacchetto con un  qualunque gingillo. Che faccio? Va beh, intanto che ci penso sentiamo  che sapore hanno queste noccioline …



DOMANDIAMOCELO

di Claudia Peli

Domanda numero uno: a cosa pensa un africano di Malindi quando si accinge ad attraversare la strada?

Risposta: non pervenuta.
Domanda numero due: il sopracitato si rende conto che la strada è piena di veicoli in movimento o crede di essere nel mezzo della savana deserta?
Risposta: non pervenuta.
Domanda numero tre: quanti di loro ne tirerei sotto sulla via Lamu se mi distraessi un nano secondo mentre guido?
Risposta: sette o otto al giorno.

Chi vive a Malindi e ci guida sta annuendo con la testa perché sa di cosa parlo. Parecchie volte ci capita di arrabbiarci con l’ennesimo ragazzino o adulto o vecchia signora che all’improvviso sbucano da chissà dove e te li trovi a pochi centimetri dalla tua auto. Spesso li vedi che camminano indolenti sul ciglio della strada e allora gli dici col pensiero “Stai fermo lì rafiki, non t’azzardare a passarmi sotto adesso, o perlomeno abbi il buon senso di farmi capire che tra un attimo lo farai …”
L’altro giorno la mia amica Elisa mi ha detto che aveva investito un tizio nel tornare a casa la sera. Era ancora molto tesa per lo spavento.
“Ma non l’hai proprio visto?” le ho chiesto.
“No, era completamente buio fuori.”
“E lui stava in mezzo alla strada?”
“Veramente era sul selciato, ma quando sono passata con la macchina mi si è lanciato sotto.”
“Quindi lo ha fatto apposta?”
“Eh, sembrerebbe di sì.”
“Allora parliamo di tentato suicidio …”
“Ma proprio sotto la mia macchina? Per fortuna che andavo piano e l’urto è stato molto leggero.”
“Ti sei fermata?”
“Sì un attimo, ma quando ho visto che era completamente nudo, sono scappata via!”
“Caspita che colpo! Me lo posso immaginare.”
Di pazzi qui nei dintorni ce ne sono parecchi: sarà il solo dell’equatore che gli batte sulla capoccia tutto l’anno? Può darsi.
La mia vicina di casa, qualche mese fa, stava parcheggiando sopra un marciapiede e ha visto saltare su all’improvviso un uomo che si teneva una caviglia. Saltellava come una cavalletta e l’accusava di avergli parcheggiato sul piede.
Lei giura tuttora di non averlo neppure visto, chissà dove se ne stava accucciato. Comunque ha risolto il problema con un piccolo risarcimento di 500 scellini. Mezz’ora dopo, quando è ripassata di lì, lo ha visto che rideva e camminava senza zoppicare.
Ebbene sì, c’è chi ci campa col mestiere di “investito” e ci mantiene pure la famiglia. I più furbi si sono specializzati nell’essere investiti da macchine in retromarcia. E’ capitato proprio a me qualche tempo fa. Metto la spesa nel bagagliaio, monto in macchina e accendo. Mi guardo bene attorno e non vedo nessuno, bene, via libera. Ingrano la retro ed esco lentamente; non faccio neanche un metro e sento una botta e un urlo. Mi ha preso un colpo; sono scesa immediatamente e ho visto un tizio per terra. Niente sangue.
“Ma da dove sei saltato fuori?”
Non mi risponde, ma si lagna. E la cosa non mi convince, mi puzza tanto di pacco malindino: secondo me questo se ne stava sulla pianta aggrappato a un ramo ad aspettare il primo fesso che ci parcheggiava sotto. E allora gli dico nella sua lingua:
“Hakuna pesa rafiki. Mimi mzungu lakini hapana mujinga. (Non ho soldi amico. Sono bianca ma non sono stupida.)”
Il tizio non se l’aspettava e tira su la testa. Mi guarda perplesso e non sa cosa dire: probabilmente si aspettava che lo soccorressi, che lo portassi in ospedale e che gli riempissi le tasche di soldi? No, con me non funziona …
Allora si alza, bofonchia qualche insulto nel suo dialetto, prova comunque a scroccarmi qualche scellino e poi si allontana sconfitto sotto le mie minacce di chiamare la polizia. Che attore! Ci sarà mica una scuola a Majengo che li addestra? Già me li vedo: esame di pratica ore 10 del mattino. Katana e Kamau che in una strada di periferia simulano l’incidente usando la macchina presa in prestito dal cugino Kole.
“Dai fratello, ingrana la retro e vieni fuori pole pole.”
“Ok, io sono pronto. Tu sei pronto a buttarti sotto?”
“Sì, ma fai piano, eh? Uno, due, tre vai!”
Patatrac … qualche volta gli riesce, altre volte no; e il povero Kamau ci lascia sotto qualche ossicino per davvero.
E i loro fratelli più piccoli stanno lì seduti col dito nel naso ad osservarli, così imparano ad emularli da grandi e fregare qualche mzungu inesperto.
Domanda numero quattro: e se dipingessimo delle belle strisce pedonali e li educassimo a passarci sopra quando attraversano?
Risposta: ah ah ah!  

 

SONNO AFRICANO
di Alessandro Veneziani



Watamu al mattino è una piccola comunità assonnata, le baracche che fungono da negozi sono pressoché tutte chiuse.
In quelle aperte, spesso si scorge nella penombra una figura quasi sempre femminile che dorme sdraiata per terra. La nottata è stata dura - penso io - continuo il mio cammino ma non posso esimermi dal  pensare come avrà passato la notte quella persona.
Posso immaginare mille situazioni, quasi tutte poco comprensibili per chi, come noi, vive agiato con tutte le comodità che la società europea ci regala.
No, non lo voglio sapere, non voglio sentirmi rispondere: Dio conosce me, Dio riconosce che non ho niente, lui capisce me!!
Forse una risposta per non sentirsi colpevole, forse un sistema collaudato per fare tenerezza ed entrare prepotentemente nei nostri cuori, non lo so, penso entrambe le cose.
Cerco di capire, di entrare nel meccanismo di una cultura diversa dalla mia  e alla fine decido che i saperi e le tradizioni vanno rispettate!
Ovviamente nel rispetto della convivenza terrena, chi stabilisce dove è il bene e dove è il male?
Chi decide quello che giusto o sbagliato?
Dove sta la normalità?
Forse ci  ritroviamo e pensiamo di avere risposta a tutto questo, attraverso la moralità imparata crescendo e continuamente messa in discussione dai fatti quotidiani.
No, non credo!
Ci si abitua a tutto, quello che oggi può sembrare sbagliato, immorale o fuori luogo, domani potrebbe sembrarci la cosa più normale di questo mondo.
Il nostro cervello plasmabile e duttile ci aiuta a superare ogni tipo di tempesta.
Come fa un ergastolano ad abituarsi all’idea di stare rinchiuso per tutta la sua esistenza.
Come fa il kamikaze a pensare che quello che sta facendo è giusto.
Come si fa a superare la perdita di qualcosa a cui si tiene veramente.
Compresa la propria vita!?!?
Non lo so, ma è mattino, forse anche io non ho ancora smaltito la Tusker di ieri sera.
Troppo complicati i  miei pensieri, così, accetto senza critiche la ragazza che vedo dormire in mezzo ai souvenir impolverati.
Intanto, sono arrivato al piccolo supermarket, dimentico le “principesse”, le persone affamate e penso alla mia spesa, dunque:
Coca cola, succo di mango, quello buono però, perché l’altro è un po’  acido e se non lo diluisci bene, brucia in gola.
Poi, il vino, eh sì!
Ci vuole un bel sudafricano leggermente alcolico per rallegrare la serata con gli amici benestanti.
Il pane, l’acqua, le uova, la marmellata….basta, poi chi la trasporta fino a casa tutta sta roba.
Improvvisamente sento delle grida provenire da qualche scaffale più in la, ascolto ma non capisco nulla,  sicuramente è swahili.
Giro l’angolo e vedo “la signora” intenta a pestare di botte un ragazzo africano, lui è steso per terra e non reagisce.
Poco dopo, arriva la polizia, che con maniere altrettanto decise, carica il malcapitato su una camionetta e lo porta via.
Si era rubato, con scarso successo, un chilo di farina.
Ho saputo più tardi che il ragazzo è stato condannato a 4 mesi di carcere…, quello keniota, non quello italiano….
Devo dire però, che da come lo ha pestato, io avrei ritenuto sufficiente la punizione.
Così, torno a casa, ripongo la mia mercanzia nella dispensa, passo di nuovo innanzi all’ascari che ogni volta che mi vede si alza in piedi e con fare militare mi saluta sbattendo i tacchi ed aspetto il matatu che mi porterà alle scuole di Mida.
Il capolinea dei matatu per fortuna non è tanto affollato, forse perché ne passa uno ogni tre secondi, così, non aspetto molto e prendo il primo che capita.
Ormai non tratto più nemmeno  il prezzo della corsa, con orgoglio, e senza alcuna polemica, pago la tariffa africana.
E poi, mi piazzano sempre sul sedile anteriore,  a fianco dell’autista…posizione di privilegio, soprattutto in caso di frontale…
Matatu Mussulmani, matatu Cattolici, matatu…. neutri…, tutti uguali, musica a tavoletta, galline, pesce e…, puzze sconosciute.
Il tragitto non è molto lungo, ma a Gede, bisogna cambiare il pulmino e prendere la coincidenza per Mombasa.
Nessun problema, tra un venditore d’acqua e uno di noccioline,  tutto si risolve velocemente.
Ogni volta che prendo un mezzo di trasporto locale, ci si ferma fare rifornimento, accidenti, non mettono mai una goccia di benzina in più del presunto necessario.
La mia fermata è Mida Station, lo comunico all’autista che annuisce ed estrae dal sacchetto che tiene in mezzo alle gambe, l’ennesimo bastoncino di marunghi.
Mi fa cenno se gradisco ma io con gentilezza rifiuto, lui scoppia in una risata e mi dice:
Se mangi questo filo d’erba stanotte fai impazzire la tua donna…e con un eloquente gesto del braccio mi dice: very strong!!!
Certo, certo, immagino,  ma io non ho la donna.
Non c’è problema, ti presento mia zia !!!!
Sua zia?, penso io?  Avrà l’età del dattero...
Amico…, mia zia, è bella, ha venti anni e poi è alta come giraffa….
Tiro un sospiro di sollievo, ringrazio ma gentilmente rinuncio alla giraffa.
Intanto per fortuna arriviamo alla mia destinazione, scendo e percorro a piedi il piccolo tragitto che separa la strada principale dalle scuole di Mida.
Qualche giorno prima, ero già stato in quella scuola, visita ufficiale con tutta la gerarchia dell’associazione Karibuni Onlus che, oltre a molti altri,si occupa anche  di questo progetto.
Devo dire che l’accoglienza è stata uguale, forse mancava qualche bambino però, l’emozione è la stessa. Piccole creature vestite tutte uguali che ti corrono incontro, si allungano verso di te, e come i grandi, ti salutano stringendoti la mano. 
Vogliono solo guardarti.
Hanno gli occhi enormi, pieni di stupore e colmi di domande che non riescono a porti.
Ti osservano, ti studiano  e con gioia ti sorridono.
Non sanno nemmeno chi io sia, ma sanno che sono qui per loro.
Non conoscono le brutture del nostro mondo, purtroppo ne conoscono molte altre, diverse, e credo anche peggiori.
Però, sono come tutti i bambini, disarmanti, privi di ogni cattiveria.
Le bambine con le loro treccine a ciuffetti ed i bambini, che inseguono un pallone inventato con carta e stracci.
Purtroppo molti sono ammalati, malattie più o meno gravi ma che incidono drammaticamente sulla loro crescita, sul loro inserimento sociale, in un contesto dove tutto è già molto complicato.
Rimango poco tempo, il tempo necessario per mettere in discussione tutta la mia vita, per annullare in un colpo tutti gli interessi  effimeri che ho lasciato in Italia, e rendermi conto che qui, in questo luogo,  tanto è stato fatto, ma che ancora tanto deve venire. 


 


ELOGIO DELLA PIGRIZIA
di Claudia Peli 



Sto cercando il mio shamba boy da più di un’ora in tutti gli angoli remoti del giardino e dentro ogni siepe, ma di lui non c’è traccia. 
E’ sparito, cosa che gli riesce  bene, soprattutto quando c’è un lavoro impegnativo da fare. 
Chissà quale scusa inventerà questa volta; forse si limiterà ad alzare le spalle col sorriso e dire:
“I’m sorry, mama.”
Vado  alla staff house per dare una sbirciatina, si sa mai che stia ancora dormendo o che sia malato.
Eccolo qui, beccato! E non è solo: in compagnia dell’askari e della cuoca del mio vicino stanno sorseggiando un caffè all’ombra di una pianta.
“Jambo.”
“Jambo mama! Karibu.” Mi danno il benvenuto e mi fanno cenno di sedermi con loro.
“No grazie, ho già fatto colazione.”
“Anche noi, ma questa è pausa relax.”
“Da cosa ti rilassi se non hai ancora cominciato a lavorare?” Gli chiedo un po’ stizzita e già mi pento del mio tono acido.
Lui tace, abbassa gli occhi sul pentolino fumante e si gratta la testa … fa sempre così quando non sa cosa rispondere e si sente accusato più o meno ingiustamente.
“Ti stavo cercando per quel lavoro da fare …”
“Ah … sì.”
“Bisogna tagliare la pianta sul retro, è cresciuta troppo e i rami bucano la zanzariera della finestra.”
“Sì mama, io vedo.”
“Ti avevo chiesto di tenerla controllata quando ero in Italia e di tagliare i rami più alti, ti ricordi?”
“Sorry mama, io dimenticato.”
Lo sapevo! Lo sapevo! Lo sapevooooooo! Comunque sorrido e ci passo sopra.
“Non fa niente, però adesso lo fai , vero?”
“Certo mama.”
Aspetto che si alzi e che mi segua sul retro della casa, magari già munito  di scala e di sega, così non deve tornare indietro venti volte. Invece sta seduto inchiodato sulla sua stuoia con la tazza in mano.
“Adesso?”
“Adesso troppo caldo per tagliare pianta grande. Pole pole mama, adesso pianta non cresce . Meglio riposare.” Sentenzia come un saggio capotribù.
Anche l’askari e la cuoca gli danno ragione. Tre contro uno. Vincono loro.
Ma sì, mi dico, che fretta c’è, la pianta può aspettare qualche ora. Penso che me ne andrò un po’ in spiaggia a guardare le barche dei pescatori veleggiare all’orizzonte. E’ una cosa che mi rilassa e mi fa riflettere.
Riflessione numero uno: devo riabituarmi al ritmo di vita africano, alla sua lentezza. Devo ricordarmi che qui è inutile pianificare, ma è utile ( per il proprio equilibrio mentale) essere pazienti e tolleranti. Avrei potuto fargli una ramanzina riguardo alla sua indolenza. Avrei potuto spronarlo ad essere più produttivo e costruttivo … ma avrebbe compreso il significato del mio discorso? Credo di no, gli avrei confuso le idee, o meglio, l’unica idea che ha: fare (bene) una sola cosa al giorno.
E come dargli torto? A cosa serve affannarsi, stressarsi e complicarsi la vita facendo mille cose? L’ho imparato a mie spese quando sono rientrata in Italia due mesi fa per le ferie di fine stagione. Ho avuto una giornata tremenda, ve la voglio raccontare: siccome ero in città per tutto il giorno ho deciso di sbrigare le varie commissioni in una sola volta. Ho pensato che se concentravo tutti i miei compiti nell’arco di poche ore, poi sarei stata libera di tornare al lago il giorno dopo. Ahimè, dopo tanti anni passati in Africa non sono più quella ragazza efficiente di una volta …
Sveglia alle ore 6.45 per correre a rinnovare la patente ed essere la prima della fila; purtroppo sono rimasta bloccata un secolo sulla tangenziale ovest visto che tutti avevano avuto la stessa idea di alzarsi molto presto per evitare il traffico di punta, grrrr! Poi di corsa in banca a fare un bonifico e compilare  mille inutili moduli; quindi via come una saetta verso la stazione per fare un cambio biglietto. Ho parcheggiato la macchina un po’ di sbieco, tempo massimo consentito dieci minuti, poi scatta la multa, e qui non puoi mica corrompere il vigile con cento scellini.
Preso il biglietto sono scattata a razzo verso l’ufficio postale per spedire una raccomandata: altra coda e altri moduli. E infine una corsa al centro commerciale dall’altra parte della città per ritirare il premio a punti: una bella scopa elettrica allungabile e ingombrante che non mi porterò mai a Malindi …
Sulla via del ritorno sono rimasta bloccata nuovamente sulla tangenziale ovest a respirare gas tossici, ma come è di nuovo ora di punta?  Poi ho realizzato che in Italia qualunque ora è quella di punta e le strade sono perennemente ingorgate di automobili. Sono arrivata a casa nervosa e col mal di testa e qui mi sono trovata di fronte una antipatica sorpresa: il letto da fare, i piatti da lavare, il bagno da pulire …. Aaaah dimenticavo che in Italia devo fare tutto da sola perché non ho il mio fido fantastico houseboy! Mentre rassetto casa squilla il telefono: è mia madre che mi chiede se ho fatto tutto. Biascico un flebile sì e le dico che sono ko.
“Ma dai, sei proprio diventata un’africana, eh? Lo sai che tua sorella fa  il doppio di te e ha pure due bambini da tirare su?”
“Mmmh …lei è bionica, io no. Ciao mamma.”
Guardo l’orologio e mi accorgo che sono solo in tempo per inghiottire due moment farmi una doccia veloce e precipitarmi di nuovo fuori nel traffico per partecipare all’happy hour in centro in un locale alla moda, con le mie amiche di città modaiole e in carriera.
“Che faccia stravolta che hai Claudia! Cosa hai combinato oggi?” Mi chiede una di loro.
Sospiro e racconto alla ragazze le imprese eroiche  della mia giornata.
“E allora, che c’è di strano? Per noi qui in città la vita è così tutti i giorni.” Mi risponde.
Aiuto, penso io, voglio tornare a Malindi, sedermi sulla sabbia tiepida, respirare l’oceano fresco e bermi una tusker guardando il tramonto.
Riflessione numero due: decisamente non sono più fatta per vivere in Italia. Nella vecchia patria io soccomberei perché non sono wonder-woman. E quando torno in Kenya dopo aver trascorso qualche settimana nella produttiva, frenetica, competitiva Brescia mi sento per due o tre giorni una nota stonata quaggiù nella sorniona e godereccia Malindi. Mi ci vuole sempre qualche giorno di adattamento per tornare ad essere pigra e non sentirmi in colpa; per trascorrere una intera giornata a non fare proprio niente e andare a letto soddisfatta lo stesso. Ah che bello  il pole pole day!
Viva la pigrizia e la lentezza, componiamone un elogio. E se qualcuno mi viene a dire che se non produco non guadagno, gli rispondo che l’uomo ricco non è quello che ha i soldi, ma quello che ha il tempo per godersi la vita.
E magari, più tardi, vado dal mio fundi Geppetto e gli commissiono una targa con scritto: “ Perché fare oggi quello che potrebbe fare domani un altro al posto tuo?”
Riflessione numero tre: per oggi ho riflettuto troppo, chiudo gli occhi e mi abbronzo un po’.


 

ACCODANDOMI...
di Claudia Peli


Stamattina sono andata all’ufficio della Safaricom per registrare la mia sim card.
L’impiegato mi ha gentilmente detto di accomodarmi in coda e aspettare il mio turno. Mi sono guardata in giro e non ho visto nessuna fila.
“Mi scusi, quale coda?”
“Quella là, fuori in strada.”
“Ah … però!” Ci saranno state come minimo trenta persone in colonna scomposta , coi piedi nel fango, davanti ad un tavolino di plastica. Come negli anni settanta all’oratorio quando da bambina mi iscrivevo alla gara col sacco.
“Mi scusi, c’è una sola postazione per registrarsi?”
L’impiegato annuisce.
“Ma non era meglio se ne mettevate almeno tre o quattro, così la fila si smaltiva più in fretta?”
L’omino alza le spalle e pensa che sono una rompiscatole.
Va be’, mi accodo. E’ la seconda volta in ventiquattro ore: ieri mattina in aeroporto l’attesa per il visto d’ingresso è stata snervante. Anche in quel caso c’erano pochi sportelli e troppi turisti in arrivo. Gli impiegati dietro il banco erano lenti e impacciati, noi al di qua del vetro eravamo stanchi e insofferenti.
Ma stamattina c’è qualcosa di diverso: sono l’unica mzungu in fila … che strano, dov’è il trucco?
Non ho visto nessuno dei miei amici e conoscenti malindini, soltanto parecchi africani odorosi, chiacchieroni, scomposti e pressapochisti.
Naturalmente io ero l’unica della fila che si lamentava e sbuffava: ai miei compagni di attesa non dava fastidio né il sole sulla capoccia, né lo smog dei matatu, né le pozzanghere fino alle caviglie.
Un individuo ha bloccato la coda per dieci minuti perché aveva seri problemi a ricordarsi alcuni suoi dati personali. Si grattava la testa sforzandosi di ripescare in un angolo remoto del suo cervello il numero del suo P.O.Box, alla fine gli è venuto in mente che lui non l’ha mai avuto il P.O.Box! E si sono fatti tutti una bella risata.
Al tizio dietro di me ho rinfacciato:
“Ma vi fa tanto ridere stare qui a perdere tempo?”
Nessuna risposta. Chi tace acconsente … no, in Africa no, chi tace di solito non sa cosa rispondere. O ha paura ad aprire bocca.
Alla fine credo che a loro piaccia stare in coda per “contarla un po’ su”.
Probabilmente è un modo per socializzare ed aprire nuovi contatti. 
Dovrei approfittarne e tendere l’orecchio per capire quali informazioni si stanno scambiando. Li osservo meglio e non vedo più solo una massa di gente nera, ci vedo una “mami” con appesi addosso due figli e il terzo attaccato al kanga; ci vedo due arabe imbacuccate di nero che se la ridono sotto i veli; ci vedo tre bulletti da spiaggia con le treccine lunghe e i jeans così calati che si vedono bene le mutande; ci vedo il maestro di scuola; l’impiegato; la commessa del supermercato; l’autista di tuk tuk …
Osservo le loro facce, le loro espressioni, la loro gestualità e mi rendo conto che troppo spesso guardo  questo popolo come  gente generica e raramente mi soffermo a osservare le persone come singoli individui con le loro particolarità. Eppure ognuno di loro ha un vissuto personale proprio come me. Sicuramente per venire qui a registrarsi molti di loro si sono fatti a piedi parecchi chilometri: non credo che la Safaricom abbia messo banchetti di plastica nei remoti villaggetti del bush. Nel frattempo i venditori di strada hanno cercato di vendermi diverse cose: noci di cocco, orologi, orecchini masai, occhiali per leggere …. No grazie rafiki. Mi squilla il telefono e mi sento cento occhi puntati addosso; spiano il mio modello di Nokia, si sa che i mzungu appena tornati dall’Italia portano spesso l’ultimo modello di telefonino lanciato sul mercato. Ma che delusione, il mio è un modello basico che non fa neppure le foto! Sono certa che la metà di loro ne ha uno molto meglio di questo. Chissà perché ci tengono tanto ad avere telefonini super e poi non hanno mai nemmeno i soldi per comprarsi la ricarica. Ricordo una volta a Timboni ho fatto una gran fatica per trovarne una da 1000 scellini, il taglio più grande che avevano era di 100 scellini e ho dovuto grattare dieci schedine con la moneta. Ecco, in quella occasione ho scoperto che vendono ricariche da venti scellini, e sono richiestissime dalla popolazione locale. Ma cosa ci fanno con soli venti scellini? Ci mandano ben quattro messaggi “please call me back” ai mzungu. Vi è mai capitato? A me spesso: all’inizio richiamavo, ora elimino all’istante.
Ecco, finalmente è il mio turno! Fornisco i miei dati, consegno la fotocopia del mio passaporto e firmo il modulo. Il tutto in meno di un minuto! E mi chiedo: se riesco a farlo io velocemente, perché loro non ce la fanno? Da dove gli viene questa incredibile capacità di perdersi via in mille sciocchezze? Misteri del dna.
Torno a casa e incontro la mia vicina.
“Buongiorno, bentornata Claudia. Tutto bene?”
“Sì sì, tutto a posto, sono appena stata alla Safaricom a registrarmi.”
“Ma ci sei andata di persona?”
“Certo.”
“Ci potevi mandare Katana, noi abbiamo fatto tutti così.” E sghignazza.
Ah, ora capisco dove stava il trucco …
“Grazie del consiglio signora, lo terrò presente per la prossima volta. Comunque ci ho messo due minutini, sa non c‘era nessuno.” Spero che il naso non mi si allunghi ulteriormente, ma non voglio darle la soddisfazione di pavoneggiarsi sul come saltare agilmente gli ostacoli della quotidianità africana.
Un paio di ore dopo mi squilla il telefono: è un messaggio della Safaricom. Bene, dovrebbe essere la conferma della mia registrazione avvenuta. Invece scopro che è un invito ad andare al più presto a regolarizzare il mio numero, altrimenti  potrei ritrovarmi senza linea telefonica … Forse l’impiegato ha già perso la mia documentazione? Spero di no, ma sono certa che a qualcuno accadrà. 
Magari proprio alla mia vicina.


L'AVVENTURA DEL "FULL MOON EXPRESS" di Claudia Peli

Era da tempo che desideravo fare questa esperienza di viaggio ed oggi finalmente eccomi qui sulla strada per Mombasa. Ho aspettato la luna piena, il calendario dice che è oggi, spero non sia nuvoloso!
Il mio compagno di viaggio è Francesco, un fotografo dell’avventura. 
Vogliamo prendere il treno notturno che parte da Mombasa questa sera alle sette ed arriva domani mattina a Nairobi alle dieci. Attraverseremo il parco dello Tsavo illuminato dalla luna e si dice che il panorama sia suggestivo e romantico.
Al momento stiamo viaggiando a bordo del matatu shuttle in compagnia di dodici africani e delle loro mercanzie.
Lasciamo Malindi alle nostre spalle e chiedo all’autista se in un paio d’ore saremo a destinazione; non mi risponde ma si fa una bella risata e si lancia sulla pista come un razzo. Meglio che ci allacciamo tutti le cinture, eh? Guardo il paesaggio africano e mi viene in mente un solo aggettivo: meraviglioso. La pioggia dei giorni scorsi ha reso tutto più verde, più rigoglioso e più brillante. Evitiamo per miracolo un paio di frontali, ma pare che io e Francesco siamo gli unici a bordo ad accorgercene: gli altri sono tutti appisolati, pure le galline. L’autista armeggia con una mano con la radio e con l’altra manda un sms, ne deduco che lo shuttle sia in mano al pilota automatico … quando trova la stazione giusta fa un grande sorriso e la musica reggae invade l’abitacolo e  ci accompagnerà fino a Mombasa.
Lungo la strada vedo dei gruppetti di bambini scalzi in uniforme che tornano da scuola, ciclisti che arrancano sulle vecchie biciclette trasportando i bidoni pieni di mnazi, mami giriama avvolte nei kanga colorati che vanno al pozzo coi secchi sulla testa. Quotidianità africana. Alle sei del pomeriggio ci lasciano davanti alla stazione; non siamo certi che sia il posto giusto perché il piazzale d’ingresso è desolato e l’edificio pare un vecchio magazzino abbandonato. Un anziano ci adocchia e ci chiama, indossa l’uniforme della railway station, ci indirizza verso una finestrella protetta da una grata: è la biglietteria. Preleviamo i biglietti per la carrozza di prima classe che abbiamo prenotato una settimana fa, si tratta di dieci euro in più spesi bene, ma sì, viziamoci un po’! Lo stesso anziano ci accompagna verso la sala d’attesa: un chioschetto di bibite e biscotti, dove un tizio simpatico strimpella la chitarra intonando Nakupenda Malaika per intrattenere i viaggiatori. Sono le sette, è ora di partire, e saliamo a bordo. La mia prima impressione è di essere catapultata indietro nel tempo, perché tutto in questo treno è fermo agli anni sessanta
.
 La nostra cabina è piccola ma accogliente, c’è pure una scaletta lillipuziana per arrampicarmi sulla cuccetta in alto. Il cameriere viene a prepararci i letti e lentamente il convoglio esce dalla stazione. Mezz’ora più tardi sentiamo la campanella che ci avvisa che la cena è servita nella carrozza ristorante. I tavoli sono gremiti di wazungu che vengono un po’ da tutta Europa e parlano dei loro safari africani. Durante la cena vediamo finalmente la grande luna rossa alzarsi dal bush all’orizzonte e brindiamo con una tusker ghiacciata a questo bello spettacolo. Quando più tardi ci ritiriamo in cabina il paesaggio fuori dal finestrino pare illuminato a giorno. Stiamo attraversando la savana sconfinata, restiamo a parlare a bassa voce e ad ammirare la natura finchè crolliamo nel sonno. Durante la notte, nel dormiveglia, mi accorgo che il treno si ferma qualche volta e poi con una scossa e uno sbuffo riparte. Carica e scarica gli africani che occupano la terza classe, alcuni tornano ai loro villaggi mentre altri li lasciano.
Poco dopo l’alba i primi raggi di sole illuminano la nostra cabina e lo spettacolo fuori dal finestrino è emozionante: piccoli branchi di gazzelle che brucano l’erba, esemplari di impala e di zebre che annusano l’aria del mattino, grandi gnu solitari accovacciati qua e là, e numerose famiglie di babbuini che guardano con curiosità il passaggio del nostro treno. Francesco spalanca il finestrino e l’aria è fresca e frizzante e profumata. La campanella annuncia la colazione, mangiamo di gusto un breakfast all’inglese e ci riscaldiamo con una tazza di caffè. Ogni tanto scorgiamo nel bush delle capanne e un filo di fumo che si alza dai piccoli fuochi accesi nelle shamba. Gruppetti di bambini rincorrono il treno lungo le rotaie e ci salutano tra fischi e risate con le braccia alzate. Penso che questo forse è l’unico ristorante al mondo che mi regala uno scenario così vario ed interessante. Il tempo di scattare qualche fotografia e di rifare i nostri zaini ed ecco che entriamo lentamente nella stazione di Nairobi. Sono le dieci e il sole comincia a farsi più tiepido; io e Francesco trascorreremo qualche ora in città in attesa dell’aereo che ci riporterà a Malindi. Ripenso a questa piccola avventura e posso ritenermi soddisfatta: ho scoperto un altro spicchio di Kenya e mi sento
 sempre più innamorata di questa terra. Se  vi è venuta voglia di vivere questa esperienza potete contattare per informazioni e prenotazioni il booking office della stazione di Mombasa allo 0728787179 e… Safari njema!

 

I BAMBINI NELLE CAVE DI PIETRE
di Giorgio Ferro
 
 Lui si chiama Amos Sangiri. Ha 15 anni e vive nel distretto di Kayole. Gli occorrono  22 mila scellini (poco più di duecento euro) per accedere alla scuola secondaria, e sua madre non può permetterselo.
 Si alza alle 6 del mattino e va in cava per spaccare pietre da costruzione. 
 Lo fa da cinque anni per guadagnarsi i soldi. Occorrono due giorni per riempire una carriola, e con altri cinque bambini viene pagato cinquanta scellini. Dieci per uno. Scavare e spaccare le pietre non è solo faticoso ma anche pericoloso perché non usano occhiali di protezione e calzano i sandali di gomma ricavati dai copertoni.
 Sangiri, orfano di padre, lavora otto ore il giorno per cinque giorni. Anche  suo fratello maggiore lavora in cava ma per guadagnarsi da mangiare. Da grande Sangiri dice di voler diventare un dottore.
 Questo tipo di "lavoro" è praticato in tutto il paese anche da donne e bambine, Altri bimbi si trovano nelle periferie delle strade urbane, impegnati a riempire di terra le voragini  stradali con del terriccio, aspettando che qualche automobilista riconoscente lasci cadere qualche scellino. La maggioranza non lo fa.
 Migliaia di fanciulli sono "impiegati" come lavoratori domestici, non solo tra i poveracci delle baraccopoli ma anche nelle famiglie benestanti nei centri urbani. Normalmente sono figli di parenti che vivono nelle campagne. Da qui la piaga dei minorenni abusati in tutti i modi, sovente da membri della famiglia. 
 Sull'argomento - dai giornali della settimana - si apprende che nella scuola di Rachuonjo ci sono venti ragazze minorenni già madri e altre 18 in stato di gravidanza. Più sconvolgente è la notizia che un tribunale di Nairobi ha ordinato l'arresto di un allievo delle elementari di 11 anni, sotto accusa di aver partecipato ad un furto, armato di pistola, in compagnia di due allievi delle scuole medie.  Purtroppo esistono anche i terribili parking boys  e - almeno a Nairobi – quelli che chiamano l’elemosina alle fermate dei semafori e minacciano - con dei pacchetti di feci umane – chi si rifiuta di sganciare qualcosa e viaggia con i finestrini aperti. Se sono chiusi ti trovi le feci sul parabrezza, ma alla prossima fermata un altro gruppo te lo ripulisce per soli cinquanta scellini. (E’ un lavoretto che qualcuno deve pur fare. Ndr)